In questi giorni, più esatto dire in questo periodo, sto divorando serie tv, sto andando al cinema ogni volta che posso, ma soprattutto sto leggendo tantissimo. Ho finito un paio di libri nel giro di pochi giorni ed ora sono più o meno a metà del terzo.
Succede sempre così, quando si spalancano momenti difficili. Mi rifugio nei miei mondi paralleli e cerco di immergere i pensieri in un'acqua meno salata.
Il terzo libro è un saggio di Neil Gaiman.
Mentre leggo queste pagine penso a quanto sarebbe stato magnifico da piccola avere come migliore amico Neil.
Lo avrei seguito ovunque, anche dentro ad ogni suo pensiero, ad ogni sua bizzarra immaginazione. Mi sarei rifugiata con lui nei negozi di fumetti, nelle biblioteche e avrei scoperto dei mondi incredibilmente affascinanti.
È un pensiero stupido lo so. Quasi infantile.
Ma è un pensiero che mi culla e di cui ho bisogno.
Ho bisogno di pensieri piccoli per affrontare quelli più grandi.
Ma in fondo i miei scrittori, quelli di cui mi fido, sono inconsapevolmente degli amici preziosi. Neil più di tutti.
Che mi salva, mi porta lontano, mi accarezza e mi regala ad ogni pagina dei nuovi occhi con cui osservare ogni cosa.
Mi piace l'idea di un amico che fa tutto questo per me senza dovermi per forza conoscere, senza fare domande, senza avere la benché minima idea di quali siano le mie storie.
È stancante doversi sempre raccontare, dover spiegare è stancante farsi capire.
Sono qui con tutte le mie paure e lui arriva con tutte le sue parole, silenziose e senza pretese.
Mi chiedo come si possa vivere senza amici come Neil.
Chiara
venerdì 7 febbraio 2020
mercoledì 21 agosto 2019
Non sono..
Non sono una guerriera.
Non lo sono mai stata.
Sono una persona che a furia di affrontare ostacoli, di notte a volte fatico a prendere sonno e mi agito e mi sembra che il cuore non regga più.
Non sono una guerriera. Sono una persona, esattamente come voi, è questo ciò che dovete capire. Sono VOI, ma con problemi di salute infiniti.
Non ho super poteri, non ho armi, non ho scudi, non ho corazze.
Faccio quello che posso.
Crollo, piango, provo paura, moltissima paura.
Perciò non chiamatemi guerriera né in vita, né dopo la vita.
Non amo le etichette e ritengo che questa parola diventata tanto di moda, lo sia.
Quasi a dare un merito a chi soffre o a chi non c'è più. Non incasellate le persone, perché le persone non sono solo ciò che dimostrano durante il loro percorso di malattia, sono molto altro.
Con gli anni ho capito che usare il termine "guerriero" appiccicandolo ad ogni malato è ingiusto. Fa di lui qualcosa che non sarebbe mai voluto essere. È come dirgli "che bravo che sei, sorridi nonostante tutti quei buchi sulla pelle". Non so, a me suona come biscottino ad un cane, dopo aver dato la zampa. Dare del guerriero a chi lotta è come dare del fallito a chi non lo fa. Come se esistessero regole, come se qualcuno avesse stabilito chi tu debba essere durante la tua malattia. Come se esistesse un giusto o sbagliato. Non trattate i malati con tale sufficienza.
Non ho mai raccontato le mie esperienze per farmi dire che sono forte, o per imporre a qualcuno di esserlo. La forza non appartiene solo ad alcuni, è in tutti noi. Non esistono guerrieri e mezze seghe, esistono solo le persone e le persone come si sa, accusano il colpo e poi reagiscono, ognuno a proprio modo.
Le persone sì, danno esempio, conosco tantissime persone dalle quali ho imparato tanto e che mi hanno insegnato tanto, ma dare loro dei guerrieri è come dargli una responsabilità che non hanno. Perché purtroppo, a volte, arriva un momento che la tua forza e il tuo coraggio non sono sufficienti.
Ho lottato? Certamente, ma per troppa paura di morire. Per l'immensa paura di lasciare tutte queste cose che amo. Nella malattia non si è solo ed esclusivamente una cosa sola. Ci sono giorni che usi le unghie, ci sono giorni che ingoi lacrime, ci sono altri giorni che non sei tu a scegliere. Giorni che sei in balia del tuo star male, che non riesci a decidere nemmeno di aprire gli occhi.
Non siamo guerrieri, siamo persone che fanno ciò che possono per andare avanti anche solo un giorno in più. Facciamo ciò che fareste voi nella stessa situazione.
Non ne posso più di questa parola messa come una medaglia al valore, sul petto di chi avrebbe voluto costruirsi una vita lontano anni luce da tutto quel dolore.
Se Nadia Toffa non fosse morta di cancro, ma in un incidente, non avrei sicuramente letto quel "RIP guerriera" in tutte le vostre bacheche, ma forse più semplicemente un "RIP Nadia".
Ciò significa che la state ricordando solo per la sua malattia e non per la persona che è stata in questi quarant'anni.
Quando sarà il mio momento, ricordatevi che io sono Chiara e non "Chiara che ha avuto il cancro" .
Chiara
Non lo sono mai stata.
Sono una persona che a furia di affrontare ostacoli, di notte a volte fatico a prendere sonno e mi agito e mi sembra che il cuore non regga più.
Non sono una guerriera. Sono una persona, esattamente come voi, è questo ciò che dovete capire. Sono VOI, ma con problemi di salute infiniti.
Non ho super poteri, non ho armi, non ho scudi, non ho corazze.
Faccio quello che posso.
Crollo, piango, provo paura, moltissima paura.
Perciò non chiamatemi guerriera né in vita, né dopo la vita.
Non amo le etichette e ritengo che questa parola diventata tanto di moda, lo sia.
Quasi a dare un merito a chi soffre o a chi non c'è più. Non incasellate le persone, perché le persone non sono solo ciò che dimostrano durante il loro percorso di malattia, sono molto altro.
Con gli anni ho capito che usare il termine "guerriero" appiccicandolo ad ogni malato è ingiusto. Fa di lui qualcosa che non sarebbe mai voluto essere. È come dirgli "che bravo che sei, sorridi nonostante tutti quei buchi sulla pelle". Non so, a me suona come biscottino ad un cane, dopo aver dato la zampa. Dare del guerriero a chi lotta è come dare del fallito a chi non lo fa. Come se esistessero regole, come se qualcuno avesse stabilito chi tu debba essere durante la tua malattia. Come se esistesse un giusto o sbagliato. Non trattate i malati con tale sufficienza.
Non ho mai raccontato le mie esperienze per farmi dire che sono forte, o per imporre a qualcuno di esserlo. La forza non appartiene solo ad alcuni, è in tutti noi. Non esistono guerrieri e mezze seghe, esistono solo le persone e le persone come si sa, accusano il colpo e poi reagiscono, ognuno a proprio modo.
Le persone sì, danno esempio, conosco tantissime persone dalle quali ho imparato tanto e che mi hanno insegnato tanto, ma dare loro dei guerrieri è come dargli una responsabilità che non hanno. Perché purtroppo, a volte, arriva un momento che la tua forza e il tuo coraggio non sono sufficienti.
Ho lottato? Certamente, ma per troppa paura di morire. Per l'immensa paura di lasciare tutte queste cose che amo. Nella malattia non si è solo ed esclusivamente una cosa sola. Ci sono giorni che usi le unghie, ci sono giorni che ingoi lacrime, ci sono altri giorni che non sei tu a scegliere. Giorni che sei in balia del tuo star male, che non riesci a decidere nemmeno di aprire gli occhi.
Non siamo guerrieri, siamo persone che fanno ciò che possono per andare avanti anche solo un giorno in più. Facciamo ciò che fareste voi nella stessa situazione.
Non ne posso più di questa parola messa come una medaglia al valore, sul petto di chi avrebbe voluto costruirsi una vita lontano anni luce da tutto quel dolore.
Se Nadia Toffa non fosse morta di cancro, ma in un incidente, non avrei sicuramente letto quel "RIP guerriera" in tutte le vostre bacheche, ma forse più semplicemente un "RIP Nadia".
Ciò significa che la state ricordando solo per la sua malattia e non per la persona che è stata in questi quarant'anni.
Quando sarà il mio momento, ricordatevi che io sono Chiara e non "Chiara che ha avuto il cancro" .
Chiara
Partenza
Il rumore della zip di una valigia che si chiude è uguale al rumore di certe stanze che lasci alle tue spalle e di nuove strade che si aprono davanti ai tuoi occhi.
Chiara
(Agosto 2019)
Chiara
(Agosto 2019)
Se cadi non ti fai male..
Dolomiti agosto 2019
Sono qui su questo piccolo balcone che guarda in faccia il bosco. È la notte in cui le stelle tendono ad inciampare, proprio come me che è da tutta una vita che inciampo.
Che resto in piedi per miracolo ed è proprio questo il mio desiderio più grande, restare in piedi il più possibile.
Mi piace stare qui, lontana dal traffico e dal caos di agosto che fa impazzire le persone.
Molto probabilmente è la vita che sogno, fatta di silenzio, di verde e di respiri profondi a pieni polmoni.
Da quando sono arrivata, ho sentito spesso il desiderio di chiedere scusa ad ogni albero, ad ogni filo d'erba, ad ogni roccia. Scusa per questa immensa ferita che noi uomini portiamo in ogni luogo in cui ci fermiamo.
Per questo brusio fastidioso che infesta anche i luoghi più magici. Il brusio di persone che non sanno più stare in silenzio, nemmeno davanti al panorama più bello del mondo.
Oggi è l'ultimo giorno di questo viaggio e sono stanca, ho male praticamente dappertutto, eppure vorrei poter restare ancora e ancora.
Vorrei poter vivere mille avventure in mezzo a questa natura in grado di sorprendermi così tanto. Vorrei tanto avere molta più forza e molte più energie, mi piacerebbe spenderle su ogni cima e sentiero.
Ma questo è ciò che sono e ciò che sono mi ha insegnato a vivere ogni luogo come fosse un piccolo miracolo.
Spio questo cielo in cerca di stelle e penso che se una di loro dovesse cadere qui, non si farebbe nemmeno male, perché come diceva una canzone : "sembra quasi un mare l'erba".
Arrivederci Dolomiti
Chiara
Sono qui su questo piccolo balcone che guarda in faccia il bosco. È la notte in cui le stelle tendono ad inciampare, proprio come me che è da tutta una vita che inciampo.
Che resto in piedi per miracolo ed è proprio questo il mio desiderio più grande, restare in piedi il più possibile.
Mi piace stare qui, lontana dal traffico e dal caos di agosto che fa impazzire le persone.
Molto probabilmente è la vita che sogno, fatta di silenzio, di verde e di respiri profondi a pieni polmoni.
Da quando sono arrivata, ho sentito spesso il desiderio di chiedere scusa ad ogni albero, ad ogni filo d'erba, ad ogni roccia. Scusa per questa immensa ferita che noi uomini portiamo in ogni luogo in cui ci fermiamo.
Per questo brusio fastidioso che infesta anche i luoghi più magici. Il brusio di persone che non sanno più stare in silenzio, nemmeno davanti al panorama più bello del mondo.
Oggi è l'ultimo giorno di questo viaggio e sono stanca, ho male praticamente dappertutto, eppure vorrei poter restare ancora e ancora.
Vorrei poter vivere mille avventure in mezzo a questa natura in grado di sorprendermi così tanto. Vorrei tanto avere molta più forza e molte più energie, mi piacerebbe spenderle su ogni cima e sentiero.
Ma questo è ciò che sono e ciò che sono mi ha insegnato a vivere ogni luogo come fosse un piccolo miracolo.
Spio questo cielo in cerca di stelle e penso che se una di loro dovesse cadere qui, non si farebbe nemmeno male, perché come diceva una canzone : "sembra quasi un mare l'erba".
Arrivederci Dolomiti
Chiara
domenica 14 luglio 2019
Sola contro un meteorite
Mi dovettero togliere il chiodo dalla tibia per farci stare la protesi, o uno o l'altro, non c'era spazio per entrambi. Così bisognava a tutti i costi, trovare il modo di sfilare quel chiodo telescopico, che era nella mia gamba da quasi 18 anni.
Fui la seconda bambina in Italia ad avere l'onore e la stramaledetta "fortuna", di possedere un chiodo che prometteva di crescere con me. E proteggermi. Quel mezzo di sintesi si sarebbe allungato pari pari con la mia tibia, nei secoli dei secoli.
Ma quando arrivò l'osteosarcoma, con arroganza e cattiveria decise che non c'era più posto per quel pezzo di ferro vecchio.
Il giorno dell'intervento nemmeno Enzo aveva le idee molto chiare su come toglierlo, così ebbe un lampo di genio (uno dei tanti) e chiamò nell'equipe, il medico che 18 anni prima me lo aveva installato.
Chiusi gli occhi per l'anestesia sapendo che avrebbero improvvisato. Eppure mi addormentai beata.
L'intervento durò 9 ore. Fu un intervento un po' complicato, l'unico modo per poterlo togliere fu fratturare la caviglia, aprirla e sfilarlo da lì.
La mia caviglia non è mai più stata la stessa, tutt'oggi è invasa dall'osteoporosi ed è in perenne "rischio frattura". Mi crea spesso forti dolori e a volte non è molto stabile.
Sì sacrificò per un bene più grande. Per una causa più importante.
Io la immaginai così :
"Sola su un missile spaziale a schiantarsi contro un meteorite per scongiurare l'Armageddon" .
Ma più semplicemente, mi fratturarono una caviglia per salvarmi una gamba.
A volte è questo che bisogna imparare a fare, dobbiamo sopportare dolori più piccoli per salvarci da dolori più grandi.
È necessario nella vita riuscire a guardare le cose in questa prospettiva, per non rischiare di sprecare il tempo crogiolandosi.
Per far la conta di ciò che abbiamo e non di ciò che ci manca.
Chiara
Fui la seconda bambina in Italia ad avere l'onore e la stramaledetta "fortuna", di possedere un chiodo che prometteva di crescere con me. E proteggermi. Quel mezzo di sintesi si sarebbe allungato pari pari con la mia tibia, nei secoli dei secoli.
Ma quando arrivò l'osteosarcoma, con arroganza e cattiveria decise che non c'era più posto per quel pezzo di ferro vecchio.
Il giorno dell'intervento nemmeno Enzo aveva le idee molto chiare su come toglierlo, così ebbe un lampo di genio (uno dei tanti) e chiamò nell'equipe, il medico che 18 anni prima me lo aveva installato.
Chiusi gli occhi per l'anestesia sapendo che avrebbero improvvisato. Eppure mi addormentai beata.
L'intervento durò 9 ore. Fu un intervento un po' complicato, l'unico modo per poterlo togliere fu fratturare la caviglia, aprirla e sfilarlo da lì.
La mia caviglia non è mai più stata la stessa, tutt'oggi è invasa dall'osteoporosi ed è in perenne "rischio frattura". Mi crea spesso forti dolori e a volte non è molto stabile.
Sì sacrificò per un bene più grande. Per una causa più importante.
Io la immaginai così :
"Sola su un missile spaziale a schiantarsi contro un meteorite per scongiurare l'Armageddon" .
Ma più semplicemente, mi fratturarono una caviglia per salvarmi una gamba.
A volte è questo che bisogna imparare a fare, dobbiamo sopportare dolori più piccoli per salvarci da dolori più grandi.
È necessario nella vita riuscire a guardare le cose in questa prospettiva, per non rischiare di sprecare il tempo crogiolandosi.
Per far la conta di ciò che abbiamo e non di ciò che ci manca.
Chiara
venerdì 21 giugno 2019
L'uomo che offrì il suo piedistallo
Le persone non si separavano mai dal proprio piedistallo, ogni volta che si spostavano non dimenticavano mai di portarselo appresso.
Li vedevi camminare per le strade, andare al lavoro, uscire il venerdì, dirigersi al cinema sempre con in mano il loro inseparabile piedistallo, pronto all'uso.
Poi al momento giusto, a volte anche al momento sbagliato ci salivano sopra.
Le persone amavano ergersi sui loro piedistalli per mostrare a tutti il proprio valore, la propria intelligenza, il proprio bagaglio culturale.
A volte semplicemente, la propria arroganza.
In mezzo a tutte queste persone così saccenti, c'era un uomo, un piccolo uomo. Con mani piccole e un camice svolazzante.
Lui non faceva caso ai piedistalli degli altri e soprattutto non faceva caso al suo piedistallo. Che a rigor di logica poteva essere tra i piedistalli più alti ed imponenti del mondo, se non fosse che al piccolo uomo di ergersi non importava nulla. Tanto che un giorno, un giorno come un altro, mentre si dirigeva al lavoro, vide un ragazzino con le stampelle camminare affaticato.
L'uomo piccolo si avvicinò al ragazzino e non sapendo cos'altro farne del proprio piedistallo, gli sembrò naturale poterlo offrire :
"Mi sembri stanco, tienilo pure, siediti e riposa quanto vuoi."
Il ragazzino sfinito finalmente si riposò e guardò quel piccolo uomo col camice, allontanarsi sorridente.
Mi mancano le persone come te.
Mi manca avere accanto qualcuno che mi insegna senza volerlo.
Che invece di imporre un insegnamento, sceglie di raccontarlo.
Mi mancano i tuoi modi gentili, il tuo stare in disparte, il tuo curioso ascoltare.
Mi manca il tuo cuore.
Seduti su quel piedistallo che non sapevi e non amavi usare, ci siamo sentiti tutti più al sicuro.
Grazie
Con amore Chiara
Il Boss
Chiamarlo concerto sarebbe troppo riduttivo e chiamarlo spettacolo, non gli darebbe giustizia.
Ciò che ha messo in scena Bruce Springsteen a Broadway lo scorso anno è un'esperienza.
Lui da solo sul palco, le luci basse e tre strumenti : il pianoforte, la chitarra e l'armonica.
Ma ciò che ha realizzato, non è "solamente" musica.
Il Boss in questa occasione decide di farci un immenso dono, raccontarci la sua vita come un lungo e poetico monologo, come fosse una voce fuori campo che narra tutto ciò che lo ha reso la persona che è oggi.
E tra un racconto e l'altro, tra una canzone e l'altra, quest'uomo ci prende il cuore per due ore e con mani esperte se ne prende cura.
Credetemi, vi innamorerete di lui, se ancora non lo siete. Per il suo modo di cantare, ma soprattutto per il suo modo di raccontare.
Perché è il racconto, il protagonista principale.
Bruce parla della sua famiglia, del suo difficile rapporto col padre, dell'amore per sua madre, dei suoi sogni da ragazzo, della prima volta che ha toccato una chitarra e della sera in cui ha incontrato sua moglie, quella sua dea dai capelli rossi. Parla degli amici persi nella guerra del Vietnam e lo fa con il nodo in gola .
Attraverso tutte queste storie ci conduce con estrema dolcezza e malinconia nella sua America, un'America che ha amato, odiato e ancora amato, nonostante oggi sia piuttosto preoccupato per come stiano andando le cose.
È un viaggio, un viaggio in cui lui è alla guida e noi siamo seduti sul sedile accanto a goderci il panorama, a goderci il sottofondo musicale, mentre sogniamo ad occhi aperti.
Ipnotizzata, è così che mi sono sentita per due ore. In preda alle emozioni più inaspettate, non riuscivo nemmeno a commentare ciò che stavo ascoltando e vedendo. Con gli occhi lucidi ho desiderato di essere lì davanti a lui e poter applaudire.
C'è un racconto che mi ha colpito moltissimo, quando Bruce parla dell'amore che sua madre aveva per il ballo, del fatto che trovasse sempre un motivo per poter ballare :"ce l'aveva nel sangue".
Poi la madre si ammalò di Alzheimer :"ma ogni volta che sentiva della musica in una stanza, chiedeva di poter ballare, perché quello era più forte del linguaggio e persino più forte della memoria".
È questo ciò che significa essere un artista, essere musicista ed essere una Rock Star, significa trasmettere qualcosa di indimenticabile, significa lasciare un segno indelebile sotto la pelle di chi ti ascolta. Significa non essere un semplice burattinaio di parole, ma far sentire che in tutto ciò che crei, che inventi e che scrivi, c'è la vita che pulsa ininterrottamente. Innumerevoli frammenti di ricordi mai andati persi, che brillano in ogni canzone e in ogni accordo.
Non fate l'errore di privarvi di questo regalo che Bruce ha voluto farci, a prescindere che la sua musica vi piaccia o meno , fate un gesto di amore verso voi stessi e guardatevi questo spettacolo.
Gliene sarete grati per sempre.
Chiara
Ciò che ha messo in scena Bruce Springsteen a Broadway lo scorso anno è un'esperienza.
Lui da solo sul palco, le luci basse e tre strumenti : il pianoforte, la chitarra e l'armonica.
Ma ciò che ha realizzato, non è "solamente" musica.
Il Boss in questa occasione decide di farci un immenso dono, raccontarci la sua vita come un lungo e poetico monologo, come fosse una voce fuori campo che narra tutto ciò che lo ha reso la persona che è oggi.
E tra un racconto e l'altro, tra una canzone e l'altra, quest'uomo ci prende il cuore per due ore e con mani esperte se ne prende cura.
Credetemi, vi innamorerete di lui, se ancora non lo siete. Per il suo modo di cantare, ma soprattutto per il suo modo di raccontare.
Perché è il racconto, il protagonista principale.
Bruce parla della sua famiglia, del suo difficile rapporto col padre, dell'amore per sua madre, dei suoi sogni da ragazzo, della prima volta che ha toccato una chitarra e della sera in cui ha incontrato sua moglie, quella sua dea dai capelli rossi. Parla degli amici persi nella guerra del Vietnam e lo fa con il nodo in gola .
Attraverso tutte queste storie ci conduce con estrema dolcezza e malinconia nella sua America, un'America che ha amato, odiato e ancora amato, nonostante oggi sia piuttosto preoccupato per come stiano andando le cose.
È un viaggio, un viaggio in cui lui è alla guida e noi siamo seduti sul sedile accanto a goderci il panorama, a goderci il sottofondo musicale, mentre sogniamo ad occhi aperti.
Ipnotizzata, è così che mi sono sentita per due ore. In preda alle emozioni più inaspettate, non riuscivo nemmeno a commentare ciò che stavo ascoltando e vedendo. Con gli occhi lucidi ho desiderato di essere lì davanti a lui e poter applaudire.
C'è un racconto che mi ha colpito moltissimo, quando Bruce parla dell'amore che sua madre aveva per il ballo, del fatto che trovasse sempre un motivo per poter ballare :"ce l'aveva nel sangue".
Poi la madre si ammalò di Alzheimer :"ma ogni volta che sentiva della musica in una stanza, chiedeva di poter ballare, perché quello era più forte del linguaggio e persino più forte della memoria".
È questo ciò che significa essere un artista, essere musicista ed essere una Rock Star, significa trasmettere qualcosa di indimenticabile, significa lasciare un segno indelebile sotto la pelle di chi ti ascolta. Significa non essere un semplice burattinaio di parole, ma far sentire che in tutto ciò che crei, che inventi e che scrivi, c'è la vita che pulsa ininterrottamente. Innumerevoli frammenti di ricordi mai andati persi, che brillano in ogni canzone e in ogni accordo.
Non fate l'errore di privarvi di questo regalo che Bruce ha voluto farci, a prescindere che la sua musica vi piaccia o meno , fate un gesto di amore verso voi stessi e guardatevi questo spettacolo.
Gliene sarete grati per sempre.
Chiara
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