Se sei fortunato, prima che arrivi l'estate, quando l'aria è ancora pungente e soffia ancora il vento, puoi vedere Coney Island immersa nella sua malinconia.
Semi deserta.
Con le luci del luna park che illuminano un oceano indispettito ed il cielo che riflette una palette di sfumature violacee.
Senza alcuno sforzo puoi sentire il cigolio affannoso delle cabine spente, della grande ruota panoramica.
Ti senti come una comparsa arrivata in ritardo alle prove di un film, di cui la sola cosa che resta è la scenografia.
E mentre mangi il tuo hot dog di Nathan's che sai benissimo che non ti sazierà, ti lasci prendere in giro dalla dolce sensazione che la tua vita non finirà mai.
Chiara
(Coney Island Aprile 2017)
sabato 16 maggio 2020
Quel tuo mezzo sorriso
Ho creduto troppo ai tuoi sorrisi.
Ed ho pensato ingenuamente che i tuoi occhi malinconici potessero tornare quelli di un tempo.
L'averti conosciuto a fondo, per poi scoprire di non aver capito abbastanza.
È l'inganno eterno dei legami umani.
Ultimamente sono più malinconica del solito sai? Sarà questo delirio o forse sarà che invecchio.
Sarà sicuramente che mi manchi.
Alcuni dicono che una persona cara quando muore in realtà non ci lasci mai veramente , vorrei che fosse vero e soprattutto che mi bastasse.
A volte per non rimbecillirmi mi ci aggrappo anche io a queste illusioni, certi giorni funziona.
Altri decisamente no.
Oggi avrei bisogno della tua bussola per tornare a casa sana e salva.
Faccio fatica a comprendere un certo modo di trattare le vite degli altri come fossero numeri senza significato, come fossero merce di basso costo.
A me la vita me l'hai ricucita tu, con la tua conoscenza e la tua dedizione.
Con i tuoi occhi gentili.
Non la indosso mai come qualcosa di certo, ma come un indumento che potrebbe scucirsi da un momento all'altro.
Per questo ho imparato a trattarla con cura, per questo non permetto a nessuno di sputarci contro.
Guardo questa fotografia e mi lascio commuovere da quel mezzo sorriso.
Ricordo bene la felicità di quel giorno e per un momento ritrovo la calma di cui avevo bisogno.
Ad Enzo
Sempre con amore
Chiara
Ed ho pensato ingenuamente che i tuoi occhi malinconici potessero tornare quelli di un tempo.
L'averti conosciuto a fondo, per poi scoprire di non aver capito abbastanza.
È l'inganno eterno dei legami umani.
Ultimamente sono più malinconica del solito sai? Sarà questo delirio o forse sarà che invecchio.
Sarà sicuramente che mi manchi.
Alcuni dicono che una persona cara quando muore in realtà non ci lasci mai veramente , vorrei che fosse vero e soprattutto che mi bastasse.
A volte per non rimbecillirmi mi ci aggrappo anche io a queste illusioni, certi giorni funziona.
Altri decisamente no.
Oggi avrei bisogno della tua bussola per tornare a casa sana e salva.
Faccio fatica a comprendere un certo modo di trattare le vite degli altri come fossero numeri senza significato, come fossero merce di basso costo.
A me la vita me l'hai ricucita tu, con la tua conoscenza e la tua dedizione.
Con i tuoi occhi gentili.
Non la indosso mai come qualcosa di certo, ma come un indumento che potrebbe scucirsi da un momento all'altro.
Per questo ho imparato a trattarla con cura, per questo non permetto a nessuno di sputarci contro.
Guardo questa fotografia e mi lascio commuovere da quel mezzo sorriso.
Ricordo bene la felicità di quel giorno e per un momento ritrovo la calma di cui avevo bisogno.
Ad Enzo
Sempre con amore
Chiara
martedì 3 marzo 2020
Vincent e il cimitero di Eriskay
Questo racconto non è solo per Enzo, ma per tutte le persone che ho perso in questi anni.
Non è un racconto su ciò in cui credo, perché non credo. È un racconto che vuol restituire un po' di libertà. Quando qualcuno di caro muore, egoisticamente desideriamo che continui a vegliare su di noi, a starci accanto e talvolta addirittura vorremmo che continuasse ad aiutarci nei momenti difficili. Quello che desidero io per loro invece, è che possano finalmente prendere le distanze da tutte le nostre sofferenze, le nostre paure ed angosce. Voglio immaginare Enzo lontano da tutto il dolore, dalle complicazioni, dalle lacrime, dalle responsabilità.
Vincent amava godersi il tramonto seduto lì, su quella collinetta che gli ricordava così tanto la vita. Ogni giorno aspettava quel momento con trepidazione. Dopo averlo odiato per anni, ora iniziava a trovare in quel luogo una sorta di pace.
Inizialmente non era stato per nulla semplice, la rabbia era l'unico sentimento che riusciva a provare, era così tanta e così forte che aveva persino creduto che non si fosse mai più placata.
Vincent aveva undici anni e avrebbe avuto undici anni per sempre. Il giorno in cui tutto finì era un giorno apparentemente normale.
Sì era svegliato con fatica, aveva fatto colazione con riluttanza e con ancora più riluttanza si era preparato per andare a scuola.
Era stata una mattinata come tante, noiosa. Ogni giornata senza la lezione di scienze per lui era noiosa. Era il suo sogno, diventare uno di quegli scienziati che grazie alle loro scoperte, cambiano il mondo.
Il pensiero che lo emozionava di più in quella mattinata di Settembre, era il dopo scuola.
Sarebbero andati, lui ed alcuni compagni di classe, al vecchio castello per una esplorazione tra i ruderi. Continuava a fantasticare su tesori nascosti e spiriti dispettosi.
Alla mamma aveva detto una bugia "andiamo tutti a fare i compiti da Peter". Nessun genitore con del buon senso, avrebbe permesso una visita a quel rudere traballante che rischiava di cadere a pezzi da un momento all'altro. Così era servita una bugia. Piccola ma doverosa.
Non ricordava quasi nulla di quell'istante. Ricordava solo uno scricchiolio, un piede messo nel punto sbagliato e poi il vuoto. Metri e metri di vuoto.
La sua voce incastrata nella gola. E poi il buio.
Per quanto si sforzasse di mettere a fuoco i particolari, tutto gli sembrava offuscato.
Sì era convinto che forse questa amnesia, giocasse a suo favore, chi mai vorrebbe ricordare i dettagli della propria morte?
"Vincent, Vincent non ci crederai mai"
Qualcuno lo risvegliò dai suoi pensieri.
Sì trattava del suo amico Timothy Jackson, nato il 13 febbraio del 1912 e morto il 13 febbraio 1921, il destino a volte possiede un senso dell'humor a noi incomprensibile.
"Ciao Tim che succede!??"
"il vecchio Gregg vuol cambiare cimitero, dice che questo è pieno di stolti"
"Non può farlo e lo sa benissimo, è contro il regolamento"
"Glielo stiamo ripetendo tutti, ma è talmente furioso con Miss Kelly che non sente ragioni"
"Che novità, quei due sono ormai due secoli che litigano, ma poi fanno sempre pace e lui di nascosto le porta dei fiori"
"Proprio così Vincent, si si hai proprio ragione, succede sempre così. E tu? che ci fai qui Vincent?"
"Guardo il tramonto, mi piace guardare quella palla arancione inzupparsi nell'oceano, mi fa sentire un po' meno morto."
"Sai cosa dice il vecchio Gregg?"
"Sentiamo" disse Vincent senza troppa convinzione.
"Dice che se si raggiunge il punto esatto in cui il sole entra nell'oceano, lo si può vedere sciogliersi nell'acqua. Dice che l'acqua piano piano diventa gialla e poi arancione e in fine rossa. L'acqua assorbe il calore del sole e diventa bollente e gli spiriti come noi, possono tornare per un istante a sentirla sulla pelle, proprio come quando eravamo carne"
Vincent rimase per un attimo in silenzio, era una bella storia, ma sapeva benissimo che le storie del vecchio Gregg erano solo quello. Storie.
"Il vecchio Gregg dice un sacco di fesserie Tim, dovresti averlo imparato"
Vincent diede un ultimo sguardo all'oceano, salutò l'amico e si avviò verso la sua lapide.
Guardò le date incise sulla pietra e non poté fare a meno di pensare che di lì a un mese avrebbe compiuto quindici anni.
Non riusciva a farne a meno, nonostante tutti gli avessero ripetuto un miliardo di volte, che non serviva ad un bel niente, lui continuava a contare gli anni che passavano come quando era vivo.
"Gli spiriti sono gli esseri più cocciuti al mondo, smetterai di farlo senza che qualcuno te lo imponga mio piccolo Vincent".
Miss Kelly lo ripeteva sempre. Lei lo capiva più di chiunque altro. Miss Kelly era morta di una morte dolce, come amava dire lei. A novantatre anni, sulla sua poltrona, in una notte di neve, davanti al suo camino mentre dormiva. Per questo non era mai arrabbiata. L'unico in grado di farla arrabbiare era il vecchio Gregg, ma questo valeva per tutti.
"È normale, piccolo mio che tu sia tanto arrabbiato, è normale che tu non riesca ad accettare ciò che sei diventato, la tua vita era un prato pieno di fiori ancora da raccogliere , ci vorrà del tempo per accettarlo e tempo per imparare a non essere più vivo."
Un'altra verità che Miss Kelly gli aveva insegnato era, che esisteva una sola cosa comune a tutti gli spiriti ed era il desiderio primordiale di tornare a casa, di interagire con i famigliari e gli amici, di provare con tutte le forze a creare un contatto.
"Non appena uno spirito apre gli occhi nella sua nuova dimensione, sente l'impulso immediato di tornare indietro, perché c'è sempre qualcosa di non detto o di non fatto che resta in sospeso tra le persone, teso come il filo del bucato. Con la differenza che le cose non dette, non profumano mai di buono", ripeteva sempre Miss Kelly.
E così era successo anche a lui.
Dopo solo un'ora dalla sua morte era corso, se così si può dire di un fantasma, giù per la collina ed era arrivato in men che non si dica, davanti alla porta di casa sua. Doveva chiedere scusa ai suoi genitori, doveva dire loro che era dispiaciuto per aver mentito quel giorno, per aver detto una bugia tanto stupida.
Ma niente da fare, nessuno lo vedeva e nessuno sentiva la sua voce. Sua madre piangeva senza sosta e lui non poteva abbracciarla. Non poteva dirle che non era sparito del tutto, ma che era lì, in modo diverso ma era lì. Tutto inutile, nessuno dei suoi tentativi era servito a qualcosa. Vincent ritornò a casa sua ogni giorno, per due anni consecutivi.
Era convinto che vederli senza essere visto, gli sarebbe bastato. Ma se una persona non mangia da mesi, il profumo di un arrosto non gli basterà, quel profumo sarà come un pugnale che lento trapassa lo stomaco. Ecco cosa provó Vincent giorno dopo giorno nella sua dannata ostinazione.
Da bimbo aveva sempre sognato diventare invisibile come un super eroe, ma ora esserlo davvero, era la sensazione più frustrante che avesse mai provato. Piano piano smise di tornare, piano piano il desiderio di vedere la sua famiglia ed i suoi amici, divenne prima paura e poi rassegnazione. Non sopportava più nemmeno il momento in cui, qualcuno gli portava un fiore.
Guardò un'ultima volta le due date sulla lapide e gli fu chiaro un pensiero: "Era il gioco della morte, un gioco crudele!"
Ti portava in una nuova dimensione come fosse un proseguimento, come se tutto andasse avanti. Per poi invece dimostrarti con glaciale strafottenza che tutto era finito.
Ogni volta che aveva tentato di creare un contatto ma senza alcun successo, era stato come morire un'altra volta.
Quella sera Vincent e Tim andarono a trovare Miss Gwyn.
Era Dicembre ed il cimitero in inverno assumeva un'aria quasi romantica. Le lapidi innevate avevano un fascino particolare ed evocavano un sentimento contraddittorio, era buffo vedere tutto quel bianco rivestire con delicatezza il nero della morte.
Il ghiaccio aveva formato sulla ghiaia, una patina traslucida che creava riflessi cangianti sul suo corpo vitreo. Non si era ancora abituato a queste stranezze.
Vincent adorava Miss Gwyn, era l'ultima arrivata. Viveva con loro da pochi mesi e nonostante avesse trentasette anni, aveva l'aria di una bambina smarrita. Miss Gwyn se ne era andata in una mattina d'estate, un camion finendo sulla corsia opposta l'aveva travolta e a differenza di Vincent ricordava ogni singolo dettaglio di quel momento.
Quando arrivarono da Miss Gwyn, stranamente non era alla sua lapide, ma seduta sul muretto che dava sul finire della collina. Sia chiaro, un fantasma non ha alcun bisogno di sedersi, sono solo le abitudini che non muoiono mai.
"Salve Gwyn, che strano trovarla qui"
"Salve ragazzi, che bello vedervi. Stasera non mi andava di crogiolarmi sulla mia lapide, non posso continuare così, l'eternità è un tempo piuttosto lungo e non voglio immaginarla così"
Tim sorrise per questa nuova nota positiva nella sua voce. "Sarà così Miss Gwyn, succede a tutti prima poi. Imparerà ad amare la sua nuova dimensione e piano piano la vita di prima perderà importanza, non ne sentirà più la mancanza o almeno non in modo doloroso. Sarà solo un dolce ricordo."
Vincent ascoltava Tim con aria perplessa, per lui era ancora difficile vederla in questo modo, erano passati quattro anni ed il dolore non se ne era ancora andato, era solo indebolito. Non gli piaceva essere uno spirito, si era semplicemente rassegnato. A differenza degli spiriti più anziani come Tim, che aveva si nove anni, ma che ara morto ormai da quasi cento, Vincent non aveva ancora ben chiaro cosa volesse dire essere un fantasma.
"Sai, Miss Gwyn" disse Tim con un sorriso accennato, "Non devi fare troppo caso ai malumori di Vincent, lui è ancora troppo arrabbiato per riuscire a scorgere con i giusti occhi, il lato meno atroce della morte.
Quindi ecco, non fidarti di ciò che ogni tanto borbotta"
Miss Gwyn sorrise e in quel sorriso così timido ma lucente, Vincent rivide la stessa bellezza delle domeniche in primavera.
Che bizzarra era la morte, amava così tanto gli uomini da concedere loro di sorridere ancora.
Vincent provò un'inaspettata consapevolezza, fu come poter sentire ancora il calore dell'alito nelle mani, quando si cerca di scaldarle.
Per la prima volta dopo anni, essere lì non gli sembrò poi così sbagliato.
Il giorno successivo Vincent ebbe visite. I suoi genitori e la sua sorellina arrivarono con nuovi fiori, fiori bellissimi di un color vermiglio acceso.
Ma Vincent non fuggì lontano come aveva fatto per parecchio tempo, restò ad osservarli attentamente. Provò una gioia completamente inaspettata, un'emozione nuova che lo riempì di dolcezza. Si avvicinò a Trisha e si accorse di quanto fosse cresciuta, ora portava due lunghe trecce bionde fermate da due piccoli fiocchetti viola. I suoi grandi occhi castani fissavano curiosi le scritte sulla lapide e a voce bassa ripeteva quelle poche parole tra sé e sé:
"Sentiremo la tua risata anche nei giorni più bui. Sarà luce."
Vincent le aveva lette tante volte, ma chissà per quale ragione fu come sentirle per la prima volta. Come se il loro senso fosse svelato per la prima volta, dalla voce di sua sorella.
Sua madre finì di sistemare i fiori con quel suo modo di fare attento e meticoloso, si alzò in piedi, tolse il residuo di polvere dalle ginocchia e sorrise a suo marito.
A Vincent sembrò il sorriso di Miss Gwyn, forse proprio per questo adorava stare in sua compagnia. Alcune persone avevano proprio quel tipo di sorriso a cui non puoi resistere, un sorriso che mette a posto ogni cosa, anche la più dolorosa.
Si allontanarono dal cimitero tutti e tre mano nella mano. Vincent in quelle mani intrecciate ci vide la vita, la vita che va avanti e che si fa forza, che trova il modo di restare in piedi. Vedeva in quell'intreccio ogni Natale che avevano trascorso insieme e non solo, ci vedeva anche tutti quelli futuri, quelli che li avrebbero resi felici nonostante la sua assenza. Perché è così che accade e Vincent lo capí solo in quell'istante, accade che la felicità come il dolore, trova sempre un modo per intrufolarsi. Anche quando ci opponiamo, anche quando lo crediamo impossibile.
Li guardò sorridendo, era come guardare il suo tramonto mentre spariva nell'oceano, provava una pace profonda.
"Forse ci siamo ragazzo, forse sei pronto accidenti!!!"
"Pronto per cosa Sir Gregg?"
"Pronto per essere ciò che sei"
"Da quanto tempo mi stava spiando Sir Gregg?"
"Avrebbe importanza? Sono in questo cimitero da più tempo di chiunque altro, mi sono guadagnato da un pezzo il permesso di spiare chi voglio, ragazzino!!!"
Vincent non aveva voglia di discutere col vecchio Gregg, tanto in ogni caso era una partita persa.
" Sei fortunato, sai ragazzino? "
"Mi chiamo Vincent, dovrebbe saperlo ormai"
"Si beh non importa, ragazzino. Sei fortunato ad essere qui, non a tutti gli spiriti è concesso riposare su una collina a picco sull'oceano."
Il vecchio Gregg aveva ragione e Vincent ne era consapevole, era un lusso che non era concesso nemmeno a gran parte dei vivi.
"Per cosa sarei pronto, Sir Gregg? "
"Per essere un fantasma"
"Quello lo sono da un po'"
"ah humbug" sputò il vecchio Gregg, citando qualcuno che era vissuto durante i suoi anni migliori.
"tu non lo sei affatto, nessuno diventa un fantasma fino a quando non lascia andare la rabbia e il desiderio di essere ancora vivo"
Vincent continuava a non capire, fece per rispondere, ma il vecchio Gregg non glielo permise
"forza ragazzino, vieni con me"
Vincent lo seguì più con curiosità che convinzione.
Andarono sul confine della collina dove il vento soffiava così forte da ululare come un lupo durante la luna piena.
"lo senti il vento ragazzino?"
"ne sento il suono, certo"
"Ora concentrati sul suono e lascia che il vento ti trasporti"
Vincent pensò che fosse uno dei soliti scherzi idioti del vecchio Gregg, quelli che si inventava per farti sentire uno stupido.
Piano piano sulla collina arrivarono altri abitanti del cimitero, miss Kelly e Tim furono tra i primi, anche Miss Gwyn non perse tempo.
Vincent capì che non era uno scherzo e che stava accadendo qualcosa di importante.
"Allora ragazzino ti vuoi concentrare? Non ho tempo da perdere e non voglio trascorrere tutta la morte che mi resta aspettandoti"
Vincent si concentrò, isolò il rumore del vento dagli altri suoni, guardò il panorama mozzafiato che si spalancava davanti a lui e poi accadde.
Non sentì il vento addosso, ma sentì di essere lui il vento. Non era più in cima alla collina ma era ovunque nell'aria. Non era come il solito fluttuare di un fantasma, era come far parte della natura. Del cielo, di ciò che lo circondava. Era la sensazione più incredibile che avesse mai provato. Sentì di poter raggiungere ogni cosa, ogni insetto, ogni fiore, ogni essere vivente.
Poi la voce del vecchio Gregg lo chiamò dalla collina.
Vincent si distrasse dal suono del vento e venne scaraventato nuovamente a terra.
"Allora ragazzino, hai perso la voce?"
"Si, cioè no voglio dire, wow!!!!"
Tutti scoppiarono a ridere, tranne il vecchio Gregg che si limitò ad un'alzata di spalle.
"Che cos'è successo? Come ho fatto a farlo? Perché nessuno mi ha mai detto che potevo fare una cosa simile?"
"Calmati ragazzino, datti una calmata accidenti!!"
Miss Kelly capì di dover intervenire, prima che quel vecchiaccio rovinasse ogni cosa.
"Anche se qualcuno di noi te lo avesse detto non saresti comunque riuscito a farlo mio piccolo Vincent" la gentilezza della sua voce fece sparire l'agitazione di Vincent in un secondo.
"Cosa intende dire Miss Kelly?"
"Eri arrabbiato, eri ancora troppo ancorato alla vita di prima. Sai mio piccolo Vincent, quando non vogliamo accettare qualcosa, quando non lasciamo andare il passato è come se mettessimo ai nostri piedi o nelle nostre tasche dei pesi. Questi pesi non ci permettono di tornare a galla a respirare e rischiamo di soffocare, come se i nostri polmoni fossero pieni d'acqua. Capisci cosa intendo? "
" Credo di sì, miss Kelly."
Tim si avvicinò all'amico "ora puoi essere un fantasma Vincent, hai lasciato andare il dolore. La tua rabbia è esaurita. Ora puoi essere vento, onde del mare o l'erba fresca di una collina, è questo il significato di ciò che sei. Non puoi più sentire il vento in faccia, ma puoi essere il vento sul viso delle persone. In poche parole smetterai di essere un moccioso sempre infuriato"
Vincent restò senza parole.
Gli sembrò persino di poter piangere ancora, non per rabbia, ma per un'emozione a cui non riusciva a dare un nome. Un piccolo germoglio stava nascendo nel suo cuore trasparente, un germoglio che sarebbe fiorito, nonostante la neve e nonostante la morte.
Da quel momento in poi la sua vecchia vita sarebbe stata un dolce ricordo, una malinconia leggera e deliziosa. Non era più necessario spiarla e desiderarla. Era come un album di fotografie del passato che restano lì, ferme nel tempo. Vincent era finalmente libero, libero da qualsiasi paura.
L'unico modo per andare avanti è smettere di desiderare ciò che è stato.
Chiara
Non è un racconto su ciò in cui credo, perché non credo. È un racconto che vuol restituire un po' di libertà. Quando qualcuno di caro muore, egoisticamente desideriamo che continui a vegliare su di noi, a starci accanto e talvolta addirittura vorremmo che continuasse ad aiutarci nei momenti difficili. Quello che desidero io per loro invece, è che possano finalmente prendere le distanze da tutte le nostre sofferenze, le nostre paure ed angosce. Voglio immaginare Enzo lontano da tutto il dolore, dalle complicazioni, dalle lacrime, dalle responsabilità.
Vincent amava godersi il tramonto seduto lì, su quella collinetta che gli ricordava così tanto la vita. Ogni giorno aspettava quel momento con trepidazione. Dopo averlo odiato per anni, ora iniziava a trovare in quel luogo una sorta di pace.
Inizialmente non era stato per nulla semplice, la rabbia era l'unico sentimento che riusciva a provare, era così tanta e così forte che aveva persino creduto che non si fosse mai più placata.
Vincent aveva undici anni e avrebbe avuto undici anni per sempre. Il giorno in cui tutto finì era un giorno apparentemente normale.
Sì era svegliato con fatica, aveva fatto colazione con riluttanza e con ancora più riluttanza si era preparato per andare a scuola.
Era stata una mattinata come tante, noiosa. Ogni giornata senza la lezione di scienze per lui era noiosa. Era il suo sogno, diventare uno di quegli scienziati che grazie alle loro scoperte, cambiano il mondo.
Il pensiero che lo emozionava di più in quella mattinata di Settembre, era il dopo scuola.
Sarebbero andati, lui ed alcuni compagni di classe, al vecchio castello per una esplorazione tra i ruderi. Continuava a fantasticare su tesori nascosti e spiriti dispettosi.
Alla mamma aveva detto una bugia "andiamo tutti a fare i compiti da Peter". Nessun genitore con del buon senso, avrebbe permesso una visita a quel rudere traballante che rischiava di cadere a pezzi da un momento all'altro. Così era servita una bugia. Piccola ma doverosa.
Non ricordava quasi nulla di quell'istante. Ricordava solo uno scricchiolio, un piede messo nel punto sbagliato e poi il vuoto. Metri e metri di vuoto.
La sua voce incastrata nella gola. E poi il buio.
Per quanto si sforzasse di mettere a fuoco i particolari, tutto gli sembrava offuscato.
Sì era convinto che forse questa amnesia, giocasse a suo favore, chi mai vorrebbe ricordare i dettagli della propria morte?
"Vincent, Vincent non ci crederai mai"
Qualcuno lo risvegliò dai suoi pensieri.
Sì trattava del suo amico Timothy Jackson, nato il 13 febbraio del 1912 e morto il 13 febbraio 1921, il destino a volte possiede un senso dell'humor a noi incomprensibile.
"Ciao Tim che succede!??"
"il vecchio Gregg vuol cambiare cimitero, dice che questo è pieno di stolti"
"Non può farlo e lo sa benissimo, è contro il regolamento"
"Glielo stiamo ripetendo tutti, ma è talmente furioso con Miss Kelly che non sente ragioni"
"Che novità, quei due sono ormai due secoli che litigano, ma poi fanno sempre pace e lui di nascosto le porta dei fiori"
"Proprio così Vincent, si si hai proprio ragione, succede sempre così. E tu? che ci fai qui Vincent?"
"Guardo il tramonto, mi piace guardare quella palla arancione inzupparsi nell'oceano, mi fa sentire un po' meno morto."
"Sai cosa dice il vecchio Gregg?"
"Sentiamo" disse Vincent senza troppa convinzione.
"Dice che se si raggiunge il punto esatto in cui il sole entra nell'oceano, lo si può vedere sciogliersi nell'acqua. Dice che l'acqua piano piano diventa gialla e poi arancione e in fine rossa. L'acqua assorbe il calore del sole e diventa bollente e gli spiriti come noi, possono tornare per un istante a sentirla sulla pelle, proprio come quando eravamo carne"
Vincent rimase per un attimo in silenzio, era una bella storia, ma sapeva benissimo che le storie del vecchio Gregg erano solo quello. Storie.
"Il vecchio Gregg dice un sacco di fesserie Tim, dovresti averlo imparato"
Vincent diede un ultimo sguardo all'oceano, salutò l'amico e si avviò verso la sua lapide.
Guardò le date incise sulla pietra e non poté fare a meno di pensare che di lì a un mese avrebbe compiuto quindici anni.
Non riusciva a farne a meno, nonostante tutti gli avessero ripetuto un miliardo di volte, che non serviva ad un bel niente, lui continuava a contare gli anni che passavano come quando era vivo.
"Gli spiriti sono gli esseri più cocciuti al mondo, smetterai di farlo senza che qualcuno te lo imponga mio piccolo Vincent".
Miss Kelly lo ripeteva sempre. Lei lo capiva più di chiunque altro. Miss Kelly era morta di una morte dolce, come amava dire lei. A novantatre anni, sulla sua poltrona, in una notte di neve, davanti al suo camino mentre dormiva. Per questo non era mai arrabbiata. L'unico in grado di farla arrabbiare era il vecchio Gregg, ma questo valeva per tutti.
"È normale, piccolo mio che tu sia tanto arrabbiato, è normale che tu non riesca ad accettare ciò che sei diventato, la tua vita era un prato pieno di fiori ancora da raccogliere , ci vorrà del tempo per accettarlo e tempo per imparare a non essere più vivo."
Un'altra verità che Miss Kelly gli aveva insegnato era, che esisteva una sola cosa comune a tutti gli spiriti ed era il desiderio primordiale di tornare a casa, di interagire con i famigliari e gli amici, di provare con tutte le forze a creare un contatto.
"Non appena uno spirito apre gli occhi nella sua nuova dimensione, sente l'impulso immediato di tornare indietro, perché c'è sempre qualcosa di non detto o di non fatto che resta in sospeso tra le persone, teso come il filo del bucato. Con la differenza che le cose non dette, non profumano mai di buono", ripeteva sempre Miss Kelly.
E così era successo anche a lui.
Dopo solo un'ora dalla sua morte era corso, se così si può dire di un fantasma, giù per la collina ed era arrivato in men che non si dica, davanti alla porta di casa sua. Doveva chiedere scusa ai suoi genitori, doveva dire loro che era dispiaciuto per aver mentito quel giorno, per aver detto una bugia tanto stupida.
Ma niente da fare, nessuno lo vedeva e nessuno sentiva la sua voce. Sua madre piangeva senza sosta e lui non poteva abbracciarla. Non poteva dirle che non era sparito del tutto, ma che era lì, in modo diverso ma era lì. Tutto inutile, nessuno dei suoi tentativi era servito a qualcosa. Vincent ritornò a casa sua ogni giorno, per due anni consecutivi.
Era convinto che vederli senza essere visto, gli sarebbe bastato. Ma se una persona non mangia da mesi, il profumo di un arrosto non gli basterà, quel profumo sarà come un pugnale che lento trapassa lo stomaco. Ecco cosa provó Vincent giorno dopo giorno nella sua dannata ostinazione.
Da bimbo aveva sempre sognato diventare invisibile come un super eroe, ma ora esserlo davvero, era la sensazione più frustrante che avesse mai provato. Piano piano smise di tornare, piano piano il desiderio di vedere la sua famiglia ed i suoi amici, divenne prima paura e poi rassegnazione. Non sopportava più nemmeno il momento in cui, qualcuno gli portava un fiore.
Guardò un'ultima volta le due date sulla lapide e gli fu chiaro un pensiero: "Era il gioco della morte, un gioco crudele!"
Ti portava in una nuova dimensione come fosse un proseguimento, come se tutto andasse avanti. Per poi invece dimostrarti con glaciale strafottenza che tutto era finito.
Ogni volta che aveva tentato di creare un contatto ma senza alcun successo, era stato come morire un'altra volta.
Quella sera Vincent e Tim andarono a trovare Miss Gwyn.
Era Dicembre ed il cimitero in inverno assumeva un'aria quasi romantica. Le lapidi innevate avevano un fascino particolare ed evocavano un sentimento contraddittorio, era buffo vedere tutto quel bianco rivestire con delicatezza il nero della morte.
Il ghiaccio aveva formato sulla ghiaia, una patina traslucida che creava riflessi cangianti sul suo corpo vitreo. Non si era ancora abituato a queste stranezze.
Vincent adorava Miss Gwyn, era l'ultima arrivata. Viveva con loro da pochi mesi e nonostante avesse trentasette anni, aveva l'aria di una bambina smarrita. Miss Gwyn se ne era andata in una mattina d'estate, un camion finendo sulla corsia opposta l'aveva travolta e a differenza di Vincent ricordava ogni singolo dettaglio di quel momento.
Quando arrivarono da Miss Gwyn, stranamente non era alla sua lapide, ma seduta sul muretto che dava sul finire della collina. Sia chiaro, un fantasma non ha alcun bisogno di sedersi, sono solo le abitudini che non muoiono mai.
"Salve Gwyn, che strano trovarla qui"
"Salve ragazzi, che bello vedervi. Stasera non mi andava di crogiolarmi sulla mia lapide, non posso continuare così, l'eternità è un tempo piuttosto lungo e non voglio immaginarla così"
Tim sorrise per questa nuova nota positiva nella sua voce. "Sarà così Miss Gwyn, succede a tutti prima poi. Imparerà ad amare la sua nuova dimensione e piano piano la vita di prima perderà importanza, non ne sentirà più la mancanza o almeno non in modo doloroso. Sarà solo un dolce ricordo."
Vincent ascoltava Tim con aria perplessa, per lui era ancora difficile vederla in questo modo, erano passati quattro anni ed il dolore non se ne era ancora andato, era solo indebolito. Non gli piaceva essere uno spirito, si era semplicemente rassegnato. A differenza degli spiriti più anziani come Tim, che aveva si nove anni, ma che ara morto ormai da quasi cento, Vincent non aveva ancora ben chiaro cosa volesse dire essere un fantasma.
"Sai, Miss Gwyn" disse Tim con un sorriso accennato, "Non devi fare troppo caso ai malumori di Vincent, lui è ancora troppo arrabbiato per riuscire a scorgere con i giusti occhi, il lato meno atroce della morte.
Quindi ecco, non fidarti di ciò che ogni tanto borbotta"
Miss Gwyn sorrise e in quel sorriso così timido ma lucente, Vincent rivide la stessa bellezza delle domeniche in primavera.
Che bizzarra era la morte, amava così tanto gli uomini da concedere loro di sorridere ancora.
Vincent provò un'inaspettata consapevolezza, fu come poter sentire ancora il calore dell'alito nelle mani, quando si cerca di scaldarle.
Per la prima volta dopo anni, essere lì non gli sembrò poi così sbagliato.
Il giorno successivo Vincent ebbe visite. I suoi genitori e la sua sorellina arrivarono con nuovi fiori, fiori bellissimi di un color vermiglio acceso.
Ma Vincent non fuggì lontano come aveva fatto per parecchio tempo, restò ad osservarli attentamente. Provò una gioia completamente inaspettata, un'emozione nuova che lo riempì di dolcezza. Si avvicinò a Trisha e si accorse di quanto fosse cresciuta, ora portava due lunghe trecce bionde fermate da due piccoli fiocchetti viola. I suoi grandi occhi castani fissavano curiosi le scritte sulla lapide e a voce bassa ripeteva quelle poche parole tra sé e sé:
"Sentiremo la tua risata anche nei giorni più bui. Sarà luce."
Vincent le aveva lette tante volte, ma chissà per quale ragione fu come sentirle per la prima volta. Come se il loro senso fosse svelato per la prima volta, dalla voce di sua sorella.
Sua madre finì di sistemare i fiori con quel suo modo di fare attento e meticoloso, si alzò in piedi, tolse il residuo di polvere dalle ginocchia e sorrise a suo marito.
A Vincent sembrò il sorriso di Miss Gwyn, forse proprio per questo adorava stare in sua compagnia. Alcune persone avevano proprio quel tipo di sorriso a cui non puoi resistere, un sorriso che mette a posto ogni cosa, anche la più dolorosa.
Si allontanarono dal cimitero tutti e tre mano nella mano. Vincent in quelle mani intrecciate ci vide la vita, la vita che va avanti e che si fa forza, che trova il modo di restare in piedi. Vedeva in quell'intreccio ogni Natale che avevano trascorso insieme e non solo, ci vedeva anche tutti quelli futuri, quelli che li avrebbero resi felici nonostante la sua assenza. Perché è così che accade e Vincent lo capí solo in quell'istante, accade che la felicità come il dolore, trova sempre un modo per intrufolarsi. Anche quando ci opponiamo, anche quando lo crediamo impossibile.
Li guardò sorridendo, era come guardare il suo tramonto mentre spariva nell'oceano, provava una pace profonda.
"Forse ci siamo ragazzo, forse sei pronto accidenti!!!"
"Pronto per cosa Sir Gregg?"
"Pronto per essere ciò che sei"
"Da quanto tempo mi stava spiando Sir Gregg?"
"Avrebbe importanza? Sono in questo cimitero da più tempo di chiunque altro, mi sono guadagnato da un pezzo il permesso di spiare chi voglio, ragazzino!!!"
Vincent non aveva voglia di discutere col vecchio Gregg, tanto in ogni caso era una partita persa.
" Sei fortunato, sai ragazzino? "
"Mi chiamo Vincent, dovrebbe saperlo ormai"
"Si beh non importa, ragazzino. Sei fortunato ad essere qui, non a tutti gli spiriti è concesso riposare su una collina a picco sull'oceano."
Il vecchio Gregg aveva ragione e Vincent ne era consapevole, era un lusso che non era concesso nemmeno a gran parte dei vivi.
"Per cosa sarei pronto, Sir Gregg? "
"Per essere un fantasma"
"Quello lo sono da un po'"
"ah humbug" sputò il vecchio Gregg, citando qualcuno che era vissuto durante i suoi anni migliori.
"tu non lo sei affatto, nessuno diventa un fantasma fino a quando non lascia andare la rabbia e il desiderio di essere ancora vivo"
Vincent continuava a non capire, fece per rispondere, ma il vecchio Gregg non glielo permise
"forza ragazzino, vieni con me"
Vincent lo seguì più con curiosità che convinzione.
Andarono sul confine della collina dove il vento soffiava così forte da ululare come un lupo durante la luna piena.
"lo senti il vento ragazzino?"
"ne sento il suono, certo"
"Ora concentrati sul suono e lascia che il vento ti trasporti"
Vincent pensò che fosse uno dei soliti scherzi idioti del vecchio Gregg, quelli che si inventava per farti sentire uno stupido.
Piano piano sulla collina arrivarono altri abitanti del cimitero, miss Kelly e Tim furono tra i primi, anche Miss Gwyn non perse tempo.
Vincent capì che non era uno scherzo e che stava accadendo qualcosa di importante.
"Allora ragazzino ti vuoi concentrare? Non ho tempo da perdere e non voglio trascorrere tutta la morte che mi resta aspettandoti"
Vincent si concentrò, isolò il rumore del vento dagli altri suoni, guardò il panorama mozzafiato che si spalancava davanti a lui e poi accadde.
Non sentì il vento addosso, ma sentì di essere lui il vento. Non era più in cima alla collina ma era ovunque nell'aria. Non era come il solito fluttuare di un fantasma, era come far parte della natura. Del cielo, di ciò che lo circondava. Era la sensazione più incredibile che avesse mai provato. Sentì di poter raggiungere ogni cosa, ogni insetto, ogni fiore, ogni essere vivente.
Poi la voce del vecchio Gregg lo chiamò dalla collina.
Vincent si distrasse dal suono del vento e venne scaraventato nuovamente a terra.
"Allora ragazzino, hai perso la voce?"
"Si, cioè no voglio dire, wow!!!!"
Tutti scoppiarono a ridere, tranne il vecchio Gregg che si limitò ad un'alzata di spalle.
"Che cos'è successo? Come ho fatto a farlo? Perché nessuno mi ha mai detto che potevo fare una cosa simile?"
"Calmati ragazzino, datti una calmata accidenti!!"
Miss Kelly capì di dover intervenire, prima che quel vecchiaccio rovinasse ogni cosa.
"Anche se qualcuno di noi te lo avesse detto non saresti comunque riuscito a farlo mio piccolo Vincent" la gentilezza della sua voce fece sparire l'agitazione di Vincent in un secondo.
"Cosa intende dire Miss Kelly?"
"Eri arrabbiato, eri ancora troppo ancorato alla vita di prima. Sai mio piccolo Vincent, quando non vogliamo accettare qualcosa, quando non lasciamo andare il passato è come se mettessimo ai nostri piedi o nelle nostre tasche dei pesi. Questi pesi non ci permettono di tornare a galla a respirare e rischiamo di soffocare, come se i nostri polmoni fossero pieni d'acqua. Capisci cosa intendo? "
" Credo di sì, miss Kelly."
Tim si avvicinò all'amico "ora puoi essere un fantasma Vincent, hai lasciato andare il dolore. La tua rabbia è esaurita. Ora puoi essere vento, onde del mare o l'erba fresca di una collina, è questo il significato di ciò che sei. Non puoi più sentire il vento in faccia, ma puoi essere il vento sul viso delle persone. In poche parole smetterai di essere un moccioso sempre infuriato"
Vincent restò senza parole.
Gli sembrò persino di poter piangere ancora, non per rabbia, ma per un'emozione a cui non riusciva a dare un nome. Un piccolo germoglio stava nascendo nel suo cuore trasparente, un germoglio che sarebbe fiorito, nonostante la neve e nonostante la morte.
Da quel momento in poi la sua vecchia vita sarebbe stata un dolce ricordo, una malinconia leggera e deliziosa. Non era più necessario spiarla e desiderarla. Era come un album di fotografie del passato che restano lì, ferme nel tempo. Vincent era finalmente libero, libero da qualsiasi paura.
L'unico modo per andare avanti è smettere di desiderare ciò che è stato.
Chiara
venerdì 7 febbraio 2020
Un amico come te..
In questi giorni, più esatto dire in questo periodo, sto divorando serie tv, sto andando al cinema ogni volta che posso, ma soprattutto sto leggendo tantissimo. Ho finito un paio di libri nel giro di pochi giorni ed ora sono più o meno a metà del terzo.
Succede sempre così, quando si spalancano momenti difficili. Mi rifugio nei miei mondi paralleli e cerco di immergere i pensieri in un'acqua meno salata.
Il terzo libro è un saggio di Neil Gaiman.
Mentre leggo queste pagine penso a quanto sarebbe stato magnifico da piccola avere come migliore amico Neil.
Lo avrei seguito ovunque, anche dentro ad ogni suo pensiero, ad ogni sua bizzarra immaginazione. Mi sarei rifugiata con lui nei negozi di fumetti, nelle biblioteche e avrei scoperto dei mondi incredibilmente affascinanti.
È un pensiero stupido lo so. Quasi infantile.
Ma è un pensiero che mi culla e di cui ho bisogno.
Ho bisogno di pensieri piccoli per affrontare quelli più grandi.
Ma in fondo i miei scrittori, quelli di cui mi fido, sono inconsapevolmente degli amici preziosi. Neil più di tutti.
Che mi salva, mi porta lontano, mi accarezza e mi regala ad ogni pagina dei nuovi occhi con cui osservare ogni cosa.
Mi piace l'idea di un amico che fa tutto questo per me senza dovermi per forza conoscere, senza fare domande, senza avere la benché minima idea di quali siano le mie storie.
È stancante doversi sempre raccontare, dover spiegare è stancante farsi capire.
Sono qui con tutte le mie paure e lui arriva con tutte le sue parole, silenziose e senza pretese.
Mi chiedo come si possa vivere senza amici come Neil.
Chiara
Succede sempre così, quando si spalancano momenti difficili. Mi rifugio nei miei mondi paralleli e cerco di immergere i pensieri in un'acqua meno salata.
Il terzo libro è un saggio di Neil Gaiman.
Mentre leggo queste pagine penso a quanto sarebbe stato magnifico da piccola avere come migliore amico Neil.
Lo avrei seguito ovunque, anche dentro ad ogni suo pensiero, ad ogni sua bizzarra immaginazione. Mi sarei rifugiata con lui nei negozi di fumetti, nelle biblioteche e avrei scoperto dei mondi incredibilmente affascinanti.
È un pensiero stupido lo so. Quasi infantile.
Ma è un pensiero che mi culla e di cui ho bisogno.
Ho bisogno di pensieri piccoli per affrontare quelli più grandi.
Ma in fondo i miei scrittori, quelli di cui mi fido, sono inconsapevolmente degli amici preziosi. Neil più di tutti.
Che mi salva, mi porta lontano, mi accarezza e mi regala ad ogni pagina dei nuovi occhi con cui osservare ogni cosa.
Mi piace l'idea di un amico che fa tutto questo per me senza dovermi per forza conoscere, senza fare domande, senza avere la benché minima idea di quali siano le mie storie.
È stancante doversi sempre raccontare, dover spiegare è stancante farsi capire.
Sono qui con tutte le mie paure e lui arriva con tutte le sue parole, silenziose e senza pretese.
Mi chiedo come si possa vivere senza amici come Neil.
Chiara
mercoledì 21 agosto 2019
Non sono..
Non sono una guerriera.
Non lo sono mai stata.
Sono una persona che a furia di affrontare ostacoli, di notte a volte fatico a prendere sonno e mi agito e mi sembra che il cuore non regga più.
Non sono una guerriera. Sono una persona, esattamente come voi, è questo ciò che dovete capire. Sono VOI, ma con problemi di salute infiniti.
Non ho super poteri, non ho armi, non ho scudi, non ho corazze.
Faccio quello che posso.
Crollo, piango, provo paura, moltissima paura.
Perciò non chiamatemi guerriera né in vita, né dopo la vita.
Non amo le etichette e ritengo che questa parola diventata tanto di moda, lo sia.
Quasi a dare un merito a chi soffre o a chi non c'è più. Non incasellate le persone, perché le persone non sono solo ciò che dimostrano durante il loro percorso di malattia, sono molto altro.
Con gli anni ho capito che usare il termine "guerriero" appiccicandolo ad ogni malato è ingiusto. Fa di lui qualcosa che non sarebbe mai voluto essere. È come dirgli "che bravo che sei, sorridi nonostante tutti quei buchi sulla pelle". Non so, a me suona come biscottino ad un cane, dopo aver dato la zampa. Dare del guerriero a chi lotta è come dare del fallito a chi non lo fa. Come se esistessero regole, come se qualcuno avesse stabilito chi tu debba essere durante la tua malattia. Come se esistesse un giusto o sbagliato. Non trattate i malati con tale sufficienza.
Non ho mai raccontato le mie esperienze per farmi dire che sono forte, o per imporre a qualcuno di esserlo. La forza non appartiene solo ad alcuni, è in tutti noi. Non esistono guerrieri e mezze seghe, esistono solo le persone e le persone come si sa, accusano il colpo e poi reagiscono, ognuno a proprio modo.
Le persone sì, danno esempio, conosco tantissime persone dalle quali ho imparato tanto e che mi hanno insegnato tanto, ma dare loro dei guerrieri è come dargli una responsabilità che non hanno. Perché purtroppo, a volte, arriva un momento che la tua forza e il tuo coraggio non sono sufficienti.
Ho lottato? Certamente, ma per troppa paura di morire. Per l'immensa paura di lasciare tutte queste cose che amo. Nella malattia non si è solo ed esclusivamente una cosa sola. Ci sono giorni che usi le unghie, ci sono giorni che ingoi lacrime, ci sono altri giorni che non sei tu a scegliere. Giorni che sei in balia del tuo star male, che non riesci a decidere nemmeno di aprire gli occhi.
Non siamo guerrieri, siamo persone che fanno ciò che possono per andare avanti anche solo un giorno in più. Facciamo ciò che fareste voi nella stessa situazione.
Non ne posso più di questa parola messa come una medaglia al valore, sul petto di chi avrebbe voluto costruirsi una vita lontano anni luce da tutto quel dolore.
Se Nadia Toffa non fosse morta di cancro, ma in un incidente, non avrei sicuramente letto quel "RIP guerriera" in tutte le vostre bacheche, ma forse più semplicemente un "RIP Nadia".
Ciò significa che la state ricordando solo per la sua malattia e non per la persona che è stata in questi quarant'anni.
Quando sarà il mio momento, ricordatevi che io sono Chiara e non "Chiara che ha avuto il cancro" .
Chiara
Non lo sono mai stata.
Sono una persona che a furia di affrontare ostacoli, di notte a volte fatico a prendere sonno e mi agito e mi sembra che il cuore non regga più.
Non sono una guerriera. Sono una persona, esattamente come voi, è questo ciò che dovete capire. Sono VOI, ma con problemi di salute infiniti.
Non ho super poteri, non ho armi, non ho scudi, non ho corazze.
Faccio quello che posso.
Crollo, piango, provo paura, moltissima paura.
Perciò non chiamatemi guerriera né in vita, né dopo la vita.
Non amo le etichette e ritengo che questa parola diventata tanto di moda, lo sia.
Quasi a dare un merito a chi soffre o a chi non c'è più. Non incasellate le persone, perché le persone non sono solo ciò che dimostrano durante il loro percorso di malattia, sono molto altro.
Con gli anni ho capito che usare il termine "guerriero" appiccicandolo ad ogni malato è ingiusto. Fa di lui qualcosa che non sarebbe mai voluto essere. È come dirgli "che bravo che sei, sorridi nonostante tutti quei buchi sulla pelle". Non so, a me suona come biscottino ad un cane, dopo aver dato la zampa. Dare del guerriero a chi lotta è come dare del fallito a chi non lo fa. Come se esistessero regole, come se qualcuno avesse stabilito chi tu debba essere durante la tua malattia. Come se esistesse un giusto o sbagliato. Non trattate i malati con tale sufficienza.
Non ho mai raccontato le mie esperienze per farmi dire che sono forte, o per imporre a qualcuno di esserlo. La forza non appartiene solo ad alcuni, è in tutti noi. Non esistono guerrieri e mezze seghe, esistono solo le persone e le persone come si sa, accusano il colpo e poi reagiscono, ognuno a proprio modo.
Le persone sì, danno esempio, conosco tantissime persone dalle quali ho imparato tanto e che mi hanno insegnato tanto, ma dare loro dei guerrieri è come dargli una responsabilità che non hanno. Perché purtroppo, a volte, arriva un momento che la tua forza e il tuo coraggio non sono sufficienti.
Ho lottato? Certamente, ma per troppa paura di morire. Per l'immensa paura di lasciare tutte queste cose che amo. Nella malattia non si è solo ed esclusivamente una cosa sola. Ci sono giorni che usi le unghie, ci sono giorni che ingoi lacrime, ci sono altri giorni che non sei tu a scegliere. Giorni che sei in balia del tuo star male, che non riesci a decidere nemmeno di aprire gli occhi.
Non siamo guerrieri, siamo persone che fanno ciò che possono per andare avanti anche solo un giorno in più. Facciamo ciò che fareste voi nella stessa situazione.
Non ne posso più di questa parola messa come una medaglia al valore, sul petto di chi avrebbe voluto costruirsi una vita lontano anni luce da tutto quel dolore.
Se Nadia Toffa non fosse morta di cancro, ma in un incidente, non avrei sicuramente letto quel "RIP guerriera" in tutte le vostre bacheche, ma forse più semplicemente un "RIP Nadia".
Ciò significa che la state ricordando solo per la sua malattia e non per la persona che è stata in questi quarant'anni.
Quando sarà il mio momento, ricordatevi che io sono Chiara e non "Chiara che ha avuto il cancro" .
Chiara
Partenza
Il rumore della zip di una valigia che si chiude è uguale al rumore di certe stanze che lasci alle tue spalle e di nuove strade che si aprono davanti ai tuoi occhi.
Chiara
(Agosto 2019)
Chiara
(Agosto 2019)
Se cadi non ti fai male..
Dolomiti agosto 2019
Sono qui su questo piccolo balcone che guarda in faccia il bosco. È la notte in cui le stelle tendono ad inciampare, proprio come me che è da tutta una vita che inciampo.
Che resto in piedi per miracolo ed è proprio questo il mio desiderio più grande, restare in piedi il più possibile.
Mi piace stare qui, lontana dal traffico e dal caos di agosto che fa impazzire le persone.
Molto probabilmente è la vita che sogno, fatta di silenzio, di verde e di respiri profondi a pieni polmoni.
Da quando sono arrivata, ho sentito spesso il desiderio di chiedere scusa ad ogni albero, ad ogni filo d'erba, ad ogni roccia. Scusa per questa immensa ferita che noi uomini portiamo in ogni luogo in cui ci fermiamo.
Per questo brusio fastidioso che infesta anche i luoghi più magici. Il brusio di persone che non sanno più stare in silenzio, nemmeno davanti al panorama più bello del mondo.
Oggi è l'ultimo giorno di questo viaggio e sono stanca, ho male praticamente dappertutto, eppure vorrei poter restare ancora e ancora.
Vorrei poter vivere mille avventure in mezzo a questa natura in grado di sorprendermi così tanto. Vorrei tanto avere molta più forza e molte più energie, mi piacerebbe spenderle su ogni cima e sentiero.
Ma questo è ciò che sono e ciò che sono mi ha insegnato a vivere ogni luogo come fosse un piccolo miracolo.
Spio questo cielo in cerca di stelle e penso che se una di loro dovesse cadere qui, non si farebbe nemmeno male, perché come diceva una canzone : "sembra quasi un mare l'erba".
Arrivederci Dolomiti
Chiara
Sono qui su questo piccolo balcone che guarda in faccia il bosco. È la notte in cui le stelle tendono ad inciampare, proprio come me che è da tutta una vita che inciampo.
Che resto in piedi per miracolo ed è proprio questo il mio desiderio più grande, restare in piedi il più possibile.
Mi piace stare qui, lontana dal traffico e dal caos di agosto che fa impazzire le persone.
Molto probabilmente è la vita che sogno, fatta di silenzio, di verde e di respiri profondi a pieni polmoni.
Da quando sono arrivata, ho sentito spesso il desiderio di chiedere scusa ad ogni albero, ad ogni filo d'erba, ad ogni roccia. Scusa per questa immensa ferita che noi uomini portiamo in ogni luogo in cui ci fermiamo.
Per questo brusio fastidioso che infesta anche i luoghi più magici. Il brusio di persone che non sanno più stare in silenzio, nemmeno davanti al panorama più bello del mondo.
Oggi è l'ultimo giorno di questo viaggio e sono stanca, ho male praticamente dappertutto, eppure vorrei poter restare ancora e ancora.
Vorrei poter vivere mille avventure in mezzo a questa natura in grado di sorprendermi così tanto. Vorrei tanto avere molta più forza e molte più energie, mi piacerebbe spenderle su ogni cima e sentiero.
Ma questo è ciò che sono e ciò che sono mi ha insegnato a vivere ogni luogo come fosse un piccolo miracolo.
Spio questo cielo in cerca di stelle e penso che se una di loro dovesse cadere qui, non si farebbe nemmeno male, perché come diceva una canzone : "sembra quasi un mare l'erba".
Arrivederci Dolomiti
Chiara
domenica 14 luglio 2019
Sola contro un meteorite
Mi dovettero togliere il chiodo dalla tibia per farci stare la protesi, o uno o l'altro, non c'era spazio per entrambi. Così bisognava a tutti i costi, trovare il modo di sfilare quel chiodo telescopico, che era nella mia gamba da quasi 18 anni.
Fui la seconda bambina in Italia ad avere l'onore e la stramaledetta "fortuna", di possedere un chiodo che prometteva di crescere con me. E proteggermi. Quel mezzo di sintesi si sarebbe allungato pari pari con la mia tibia, nei secoli dei secoli.
Ma quando arrivò l'osteosarcoma, con arroganza e cattiveria decise che non c'era più posto per quel pezzo di ferro vecchio.
Il giorno dell'intervento nemmeno Enzo aveva le idee molto chiare su come toglierlo, così ebbe un lampo di genio (uno dei tanti) e chiamò nell'equipe, il medico che 18 anni prima me lo aveva installato.
Chiusi gli occhi per l'anestesia sapendo che avrebbero improvvisato. Eppure mi addormentai beata.
L'intervento durò 9 ore. Fu un intervento un po' complicato, l'unico modo per poterlo togliere fu fratturare la caviglia, aprirla e sfilarlo da lì.
La mia caviglia non è mai più stata la stessa, tutt'oggi è invasa dall'osteoporosi ed è in perenne "rischio frattura". Mi crea spesso forti dolori e a volte non è molto stabile.
Sì sacrificò per un bene più grande. Per una causa più importante.
Io la immaginai così :
"Sola su un missile spaziale a schiantarsi contro un meteorite per scongiurare l'Armageddon" .
Ma più semplicemente, mi fratturarono una caviglia per salvarmi una gamba.
A volte è questo che bisogna imparare a fare, dobbiamo sopportare dolori più piccoli per salvarci da dolori più grandi.
È necessario nella vita riuscire a guardare le cose in questa prospettiva, per non rischiare di sprecare il tempo crogiolandosi.
Per far la conta di ciò che abbiamo e non di ciò che ci manca.
Chiara
Fui la seconda bambina in Italia ad avere l'onore e la stramaledetta "fortuna", di possedere un chiodo che prometteva di crescere con me. E proteggermi. Quel mezzo di sintesi si sarebbe allungato pari pari con la mia tibia, nei secoli dei secoli.
Ma quando arrivò l'osteosarcoma, con arroganza e cattiveria decise che non c'era più posto per quel pezzo di ferro vecchio.
Il giorno dell'intervento nemmeno Enzo aveva le idee molto chiare su come toglierlo, così ebbe un lampo di genio (uno dei tanti) e chiamò nell'equipe, il medico che 18 anni prima me lo aveva installato.
Chiusi gli occhi per l'anestesia sapendo che avrebbero improvvisato. Eppure mi addormentai beata.
L'intervento durò 9 ore. Fu un intervento un po' complicato, l'unico modo per poterlo togliere fu fratturare la caviglia, aprirla e sfilarlo da lì.
La mia caviglia non è mai più stata la stessa, tutt'oggi è invasa dall'osteoporosi ed è in perenne "rischio frattura". Mi crea spesso forti dolori e a volte non è molto stabile.
Sì sacrificò per un bene più grande. Per una causa più importante.
Io la immaginai così :
"Sola su un missile spaziale a schiantarsi contro un meteorite per scongiurare l'Armageddon" .
Ma più semplicemente, mi fratturarono una caviglia per salvarmi una gamba.
A volte è questo che bisogna imparare a fare, dobbiamo sopportare dolori più piccoli per salvarci da dolori più grandi.
È necessario nella vita riuscire a guardare le cose in questa prospettiva, per non rischiare di sprecare il tempo crogiolandosi.
Per far la conta di ciò che abbiamo e non di ciò che ci manca.
Chiara
venerdì 21 giugno 2019
L'uomo che offrì il suo piedistallo
Le persone non si separavano mai dal proprio piedistallo, ogni volta che si spostavano non dimenticavano mai di portarselo appresso.
Li vedevi camminare per le strade, andare al lavoro, uscire il venerdì, dirigersi al cinema sempre con in mano il loro inseparabile piedistallo, pronto all'uso.
Poi al momento giusto, a volte anche al momento sbagliato ci salivano sopra.
Le persone amavano ergersi sui loro piedistalli per mostrare a tutti il proprio valore, la propria intelligenza, il proprio bagaglio culturale.
A volte semplicemente, la propria arroganza.
In mezzo a tutte queste persone così saccenti, c'era un uomo, un piccolo uomo. Con mani piccole e un camice svolazzante.
Lui non faceva caso ai piedistalli degli altri e soprattutto non faceva caso al suo piedistallo. Che a rigor di logica poteva essere tra i piedistalli più alti ed imponenti del mondo, se non fosse che al piccolo uomo di ergersi non importava nulla. Tanto che un giorno, un giorno come un altro, mentre si dirigeva al lavoro, vide un ragazzino con le stampelle camminare affaticato.
L'uomo piccolo si avvicinò al ragazzino e non sapendo cos'altro farne del proprio piedistallo, gli sembrò naturale poterlo offrire :
"Mi sembri stanco, tienilo pure, siediti e riposa quanto vuoi."
Il ragazzino sfinito finalmente si riposò e guardò quel piccolo uomo col camice, allontanarsi sorridente.
Mi mancano le persone come te.
Mi manca avere accanto qualcuno che mi insegna senza volerlo.
Che invece di imporre un insegnamento, sceglie di raccontarlo.
Mi mancano i tuoi modi gentili, il tuo stare in disparte, il tuo curioso ascoltare.
Mi manca il tuo cuore.
Seduti su quel piedistallo che non sapevi e non amavi usare, ci siamo sentiti tutti più al sicuro.
Grazie
Con amore Chiara
Il Boss
Chiamarlo concerto sarebbe troppo riduttivo e chiamarlo spettacolo, non gli darebbe giustizia.
Ciò che ha messo in scena Bruce Springsteen a Broadway lo scorso anno è un'esperienza.
Lui da solo sul palco, le luci basse e tre strumenti : il pianoforte, la chitarra e l'armonica.
Ma ciò che ha realizzato, non è "solamente" musica.
Il Boss in questa occasione decide di farci un immenso dono, raccontarci la sua vita come un lungo e poetico monologo, come fosse una voce fuori campo che narra tutto ciò che lo ha reso la persona che è oggi.
E tra un racconto e l'altro, tra una canzone e l'altra, quest'uomo ci prende il cuore per due ore e con mani esperte se ne prende cura.
Credetemi, vi innamorerete di lui, se ancora non lo siete. Per il suo modo di cantare, ma soprattutto per il suo modo di raccontare.
Perché è il racconto, il protagonista principale.
Bruce parla della sua famiglia, del suo difficile rapporto col padre, dell'amore per sua madre, dei suoi sogni da ragazzo, della prima volta che ha toccato una chitarra e della sera in cui ha incontrato sua moglie, quella sua dea dai capelli rossi. Parla degli amici persi nella guerra del Vietnam e lo fa con il nodo in gola .
Attraverso tutte queste storie ci conduce con estrema dolcezza e malinconia nella sua America, un'America che ha amato, odiato e ancora amato, nonostante oggi sia piuttosto preoccupato per come stiano andando le cose.
È un viaggio, un viaggio in cui lui è alla guida e noi siamo seduti sul sedile accanto a goderci il panorama, a goderci il sottofondo musicale, mentre sogniamo ad occhi aperti.
Ipnotizzata, è così che mi sono sentita per due ore. In preda alle emozioni più inaspettate, non riuscivo nemmeno a commentare ciò che stavo ascoltando e vedendo. Con gli occhi lucidi ho desiderato di essere lì davanti a lui e poter applaudire.
C'è un racconto che mi ha colpito moltissimo, quando Bruce parla dell'amore che sua madre aveva per il ballo, del fatto che trovasse sempre un motivo per poter ballare :"ce l'aveva nel sangue".
Poi la madre si ammalò di Alzheimer :"ma ogni volta che sentiva della musica in una stanza, chiedeva di poter ballare, perché quello era più forte del linguaggio e persino più forte della memoria".
È questo ciò che significa essere un artista, essere musicista ed essere una Rock Star, significa trasmettere qualcosa di indimenticabile, significa lasciare un segno indelebile sotto la pelle di chi ti ascolta. Significa non essere un semplice burattinaio di parole, ma far sentire che in tutto ciò che crei, che inventi e che scrivi, c'è la vita che pulsa ininterrottamente. Innumerevoli frammenti di ricordi mai andati persi, che brillano in ogni canzone e in ogni accordo.
Non fate l'errore di privarvi di questo regalo che Bruce ha voluto farci, a prescindere che la sua musica vi piaccia o meno , fate un gesto di amore verso voi stessi e guardatevi questo spettacolo.
Gliene sarete grati per sempre.
Chiara
Ciò che ha messo in scena Bruce Springsteen a Broadway lo scorso anno è un'esperienza.
Lui da solo sul palco, le luci basse e tre strumenti : il pianoforte, la chitarra e l'armonica.
Ma ciò che ha realizzato, non è "solamente" musica.
Il Boss in questa occasione decide di farci un immenso dono, raccontarci la sua vita come un lungo e poetico monologo, come fosse una voce fuori campo che narra tutto ciò che lo ha reso la persona che è oggi.
E tra un racconto e l'altro, tra una canzone e l'altra, quest'uomo ci prende il cuore per due ore e con mani esperte se ne prende cura.
Credetemi, vi innamorerete di lui, se ancora non lo siete. Per il suo modo di cantare, ma soprattutto per il suo modo di raccontare.
Perché è il racconto, il protagonista principale.
Bruce parla della sua famiglia, del suo difficile rapporto col padre, dell'amore per sua madre, dei suoi sogni da ragazzo, della prima volta che ha toccato una chitarra e della sera in cui ha incontrato sua moglie, quella sua dea dai capelli rossi. Parla degli amici persi nella guerra del Vietnam e lo fa con il nodo in gola .
Attraverso tutte queste storie ci conduce con estrema dolcezza e malinconia nella sua America, un'America che ha amato, odiato e ancora amato, nonostante oggi sia piuttosto preoccupato per come stiano andando le cose.
È un viaggio, un viaggio in cui lui è alla guida e noi siamo seduti sul sedile accanto a goderci il panorama, a goderci il sottofondo musicale, mentre sogniamo ad occhi aperti.
Ipnotizzata, è così che mi sono sentita per due ore. In preda alle emozioni più inaspettate, non riuscivo nemmeno a commentare ciò che stavo ascoltando e vedendo. Con gli occhi lucidi ho desiderato di essere lì davanti a lui e poter applaudire.
C'è un racconto che mi ha colpito moltissimo, quando Bruce parla dell'amore che sua madre aveva per il ballo, del fatto che trovasse sempre un motivo per poter ballare :"ce l'aveva nel sangue".
Poi la madre si ammalò di Alzheimer :"ma ogni volta che sentiva della musica in una stanza, chiedeva di poter ballare, perché quello era più forte del linguaggio e persino più forte della memoria".
È questo ciò che significa essere un artista, essere musicista ed essere una Rock Star, significa trasmettere qualcosa di indimenticabile, significa lasciare un segno indelebile sotto la pelle di chi ti ascolta. Significa non essere un semplice burattinaio di parole, ma far sentire che in tutto ciò che crei, che inventi e che scrivi, c'è la vita che pulsa ininterrottamente. Innumerevoli frammenti di ricordi mai andati persi, che brillano in ogni canzone e in ogni accordo.
Non fate l'errore di privarvi di questo regalo che Bruce ha voluto farci, a prescindere che la sua musica vi piaccia o meno , fate un gesto di amore verso voi stessi e guardatevi questo spettacolo.
Gliene sarete grati per sempre.
Chiara
giovedì 16 maggio 2019
Non siamo proprio capaci!!!
La magnificenza di American Gods, mi fa subito pensare alla tristezza del cinema italiano e delle nostre serie televisive.
La fotografia, i dettagli, i colori. La recitazione così reale e credibile. I luoghi, l'intensità dei dialoghi, le grandi colonne sonore. L'insieme di queste caratteristiche possono rendere epiche le storie narrate.
Game of thrones passerà alla storia e non per i motivi di cui parlano quelli che non l'hanno mai guardato. Non perché è di moda, non per i suoi draghi. Ma perché è semplicemente stupefacente. Perché i suoi personaggi sono così abilmente strutturati da sembrare persone reali e gli attori che li hanno interpretati hanno saputo magistralmente rendergli giustizia. Perché nasce da una saga di libri che non ha eguali. Perché Tyrion, il folletto, non poteva che essere interpretato da Peter Dinklage.
Quando guardo serie tv di questo calibro mi chiedo, in quale caverna oscura si sia persa l'Italia.
Quando guardo Odino ballare e cantare sul palco di un Burlesque, capisco che niente in Italia potrà mai raggiungere tale perfezione.
Potrei dire Peaky Blinders, che vale la pena di esser visto, solo per la voce di Nick Cave che accompagna in ogni puntata lo sguardo di Thomas Shelby.
Potrei dire Vikings, The Terror, potrei dire Penny Dreadful. Penso ad Eva Green che affacciata ad una finestra recita Tennyson e mi emoziono ancora, tanto da estrarre e salvare quel frame per andare ogni tanto a riguardarlo.
Molte di queste serie tv sono perle, sono scorci di un'arte da noi dimenticata, lasciata impolverare ed invecchiare. Che ci propina storie trite e ritrite, attori scadenti e una fotografia che pare essersi fermata un secolo fa.
E non è sempre e solo una questione di budget. Andate a cercarvi River, una piccolissima serie Britannica formata da sei episodi. Semplice, intensa, struggente e a mio parere unica.
È talmente grande il suo messaggio, che in sei episodi, saprà dirvi moltissime cose.
È questo che fanno le serie tv, o il cinema. Ci parlano.
Non sono e non devono essere solo semplice intrattenimento, devono raccontarti delle storie, devono darti degli spunti, incuriosirti.
Devono restarti addosso.
Devono essere il più lontano possibile, distanti anni luce da quella immensa oscenità chiamata "La Dottoressa Giò" .
Chiara
La fotografia, i dettagli, i colori. La recitazione così reale e credibile. I luoghi, l'intensità dei dialoghi, le grandi colonne sonore. L'insieme di queste caratteristiche possono rendere epiche le storie narrate.
Game of thrones passerà alla storia e non per i motivi di cui parlano quelli che non l'hanno mai guardato. Non perché è di moda, non per i suoi draghi. Ma perché è semplicemente stupefacente. Perché i suoi personaggi sono così abilmente strutturati da sembrare persone reali e gli attori che li hanno interpretati hanno saputo magistralmente rendergli giustizia. Perché nasce da una saga di libri che non ha eguali. Perché Tyrion, il folletto, non poteva che essere interpretato da Peter Dinklage.
Quando guardo serie tv di questo calibro mi chiedo, in quale caverna oscura si sia persa l'Italia.
Quando guardo Odino ballare e cantare sul palco di un Burlesque, capisco che niente in Italia potrà mai raggiungere tale perfezione.
Potrei dire Peaky Blinders, che vale la pena di esser visto, solo per la voce di Nick Cave che accompagna in ogni puntata lo sguardo di Thomas Shelby.
Potrei dire Vikings, The Terror, potrei dire Penny Dreadful. Penso ad Eva Green che affacciata ad una finestra recita Tennyson e mi emoziono ancora, tanto da estrarre e salvare quel frame per andare ogni tanto a riguardarlo.
Molte di queste serie tv sono perle, sono scorci di un'arte da noi dimenticata, lasciata impolverare ed invecchiare. Che ci propina storie trite e ritrite, attori scadenti e una fotografia che pare essersi fermata un secolo fa.
E non è sempre e solo una questione di budget. Andate a cercarvi River, una piccolissima serie Britannica formata da sei episodi. Semplice, intensa, struggente e a mio parere unica.
È talmente grande il suo messaggio, che in sei episodi, saprà dirvi moltissime cose.
È questo che fanno le serie tv, o il cinema. Ci parlano.
Non sono e non devono essere solo semplice intrattenimento, devono raccontarti delle storie, devono darti degli spunti, incuriosirti.
Devono restarti addosso.
Devono essere il più lontano possibile, distanti anni luce da quella immensa oscenità chiamata "La Dottoressa Giò" .
Chiara
lunedì 15 aprile 2019
Notre Dame
Prenotate un volo e partite.
Tenete le valige sempre pronte.
Girate il mondo, andate a riempirvi gli occhi. Prima che tutto sparisca, prima che tutto bruci.
Prima che il mondo, ci si sgretoli addosso.
Tutto sulla terra è precario, niente è eterno.
Il mio cuore piange stasera, ricorda l'emozione provata davanti alla tua bellezza.
Chiara
Tenete le valige sempre pronte.
Girate il mondo, andate a riempirvi gli occhi. Prima che tutto sparisca, prima che tutto bruci.
Prima che il mondo, ci si sgretoli addosso.
Tutto sulla terra è precario, niente è eterno.
Il mio cuore piange stasera, ricorda l'emozione provata davanti alla tua bellezza.
Chiara
domenica 7 aprile 2019
Londra io t'amo!
Londra 2019
"Scusatemi miei cari, questa è la porta che utilizzava il Signor Dickens, l'uscita è dall'altra parte". Nessuno mai al mondo mi ha indicato, in modo tanto poetico, l'uscita da un museo.
Questa è la mia Londra. Quella che mi fa sentire al posto giusto, un passo prima sei quasi nel futuro e quello dopo immersa nel passato.
La Londra che amo è quella della Street Art che invade Brick Lane e del punk semi svanito a Camden Town, ma che ci prova lo stesso a non morire. È quella delle librerie immense e dei negozi di fumetti meno battuti, in cui puoi trovare sullo stesso scaffale Neil, Tim Burton e Chris Riddell e ti pare di vivere un sogno.
La Londra che amo è quella che mi fa bere una "India Pale" dove la beveva George Orwell, è la Londra che ti bagna con la sua pioggia improvvisa e poi ti asciuga con un sole su cui non avresti mai scommesso.
La Londra che amo è quella che mi conduce ad Highgate, per portare una penna sulla lapide di Douglas Adams. È quella che porta i bambini di una scuola elementare in un cimitero a studiare i fiori e te li vedi scorrazzare e ridere e imparare, in mezzo ad un mare di lapidi. Capisci finalmente, che il rispetto per la morte in realtà, è quando la tratti esattamente come la vita.
La Londra che amo è quella che mi chiama da un mondo nascosto, fatto di musei oscuri e misteriosi, di cose bizzarre di cui nessuno parla mai. Luoghi senza pubblicità, che esistono solo per chi, li sa cercare.
È quella dei suoi quartieri sconosciuti, che ti raccontano una città inaspettata.
Quella che ti fa mangiare in mille lingue diverse e che mette ancora musica buona, in certi pub. È quel suo aspetto cupo che quando meno te lo aspetti, muta in una miriade di colori fluo.
La Londra che amo è una passeggiata di lunedì sera lungo il Tamigi. Il ponte finalmente deserto è come un miracolo illuminato e ti senti la voglia di non voler più tornare a casa.
Ci vediamo presto.
Chiara
"Scusatemi miei cari, questa è la porta che utilizzava il Signor Dickens, l'uscita è dall'altra parte". Nessuno mai al mondo mi ha indicato, in modo tanto poetico, l'uscita da un museo.
Questa è la mia Londra. Quella che mi fa sentire al posto giusto, un passo prima sei quasi nel futuro e quello dopo immersa nel passato.
La Londra che amo è quella della Street Art che invade Brick Lane e del punk semi svanito a Camden Town, ma che ci prova lo stesso a non morire. È quella delle librerie immense e dei negozi di fumetti meno battuti, in cui puoi trovare sullo stesso scaffale Neil, Tim Burton e Chris Riddell e ti pare di vivere un sogno.
La Londra che amo è quella che mi fa bere una "India Pale" dove la beveva George Orwell, è la Londra che ti bagna con la sua pioggia improvvisa e poi ti asciuga con un sole su cui non avresti mai scommesso.
La Londra che amo è quella che mi conduce ad Highgate, per portare una penna sulla lapide di Douglas Adams. È quella che porta i bambini di una scuola elementare in un cimitero a studiare i fiori e te li vedi scorrazzare e ridere e imparare, in mezzo ad un mare di lapidi. Capisci finalmente, che il rispetto per la morte in realtà, è quando la tratti esattamente come la vita.
La Londra che amo è quella che mi chiama da un mondo nascosto, fatto di musei oscuri e misteriosi, di cose bizzarre di cui nessuno parla mai. Luoghi senza pubblicità, che esistono solo per chi, li sa cercare.
È quella dei suoi quartieri sconosciuti, che ti raccontano una città inaspettata.
Quella che ti fa mangiare in mille lingue diverse e che mette ancora musica buona, in certi pub. È quel suo aspetto cupo che quando meno te lo aspetti, muta in una miriade di colori fluo.
La Londra che amo è una passeggiata di lunedì sera lungo il Tamigi. Il ponte finalmente deserto è come un miracolo illuminato e ti senti la voglia di non voler più tornare a casa.
Ci vediamo presto.
Chiara
domenica 24 febbraio 2019
Che l'oceano ti culli..
Oggi pensavo a te, pensavo a quanti sogni e quanti mondi la malattia ti ha rubato e strappato troppo presto. Pensavo agli occhi dolci della tua mamma,alla sua straordinaria forza. Pensavo a quante cose sbagliate e atroci siamo costretti a sopportare.
Pensavo che a vent'anni tutto è troppo presto e la morte è una cosa inaccettabile, è qualcosa che dovresti guardare con un binocolo a miglia e miglia di distanza.
Poi ho preso in mano il mio kindle e ho cercato conforto come sempre in un libro e non un libro qualsiasi, più precisamente in Neil.
E Neil puntualmente mi ha dato la carezza di cui avevo bisogno :
"Lettie non è morta. Lettie è stata affidata al suo oceano. Un giorno seguendo il suo tempo, l'oceano la restituirà".
Che l'oceano ti culli, mio dolcissimo Gabri. Sono certa che laverà via ogni dolore ed ogni amarezza. Ogni tua ingiusta, insensata e non voluta ferita.
Chiara
Pensavo che a vent'anni tutto è troppo presto e la morte è una cosa inaccettabile, è qualcosa che dovresti guardare con un binocolo a miglia e miglia di distanza.
Poi ho preso in mano il mio kindle e ho cercato conforto come sempre in un libro e non un libro qualsiasi, più precisamente in Neil.
E Neil puntualmente mi ha dato la carezza di cui avevo bisogno :
"Lettie non è morta. Lettie è stata affidata al suo oceano. Un giorno seguendo il suo tempo, l'oceano la restituirà".
Che l'oceano ti culli, mio dolcissimo Gabri. Sono certa che laverà via ogni dolore ed ogni amarezza. Ogni tua ingiusta, insensata e non voluta ferita.
Chiara
domenica 17 febbraio 2019
La sua città
Aveva sempre vissuto lì, da che ne aveva memoria, tutto ciò che ricordava della sua terra nativa erano immagini sfocate, senza collocazione.
Ogni venerdì mattina scendeva in strada a comprare del pesce al banco migliore di tutta Chinatown. Era un uomo abitudinario. Le abitudini gli mettevano tranquillità. Lo era diventato da quando la sua vita era stata segnata dalla solitudine. Era un uomo solo.
I suoi figli da anni ormai lo chiamavano solamente a Natale, più per coscienza che per volontà.
Non aveva mai visto nessun altro posto in tutta la sua vita, se non New York. La sua città era tutto ciò che aveva, forse per qualcuno potrebbe sembrar poco o nulla, ma per lui no. In mezzo a quella folla urlante, tra quei venditori di cianfrusaglie e quelle lanterne un po' fasulle dei ristoranti cinesi, lui stava bene. Durante tutti quegli anni le persone lo avevano tradito, abbandonato e poi dimenticato, ma la sua città, lei, non lo aveva deluso mai.
Era sempre stata lì. Sincera a tal punto da non dover mai mentire pur di sembrare diversa.
Quella mattina il cielo era coperto ed una leggera pioggia canticchiava canzoni incomprensibili sugli ombrelli tesi.
Le persone sembravano sempre impazzire durante i giorni di pioggia. A lui questa facilità di destabilizzarsi degli esseri umani faceva sorridere, bastavano due gocce di pioggia a peggiorare un'intera giornata.
Prese il pesce e tornò a casa. Alle 12:30 iniziava il suo programma televisivo preferito, lo avrebbe guardato mangiando comodamente su quel divano ormai logoro.
Era un uomo stanco. Le sue rughe che apparivano come solchi, ricordavano le Avanues della sua città : luoghi in cui tutto era accaduto e in cui tutto poteva ancora accadere.
Chiara.
(Ph. Chiara Gafforini aprile 2017 Chinatown)
Ogni venerdì mattina scendeva in strada a comprare del pesce al banco migliore di tutta Chinatown. Era un uomo abitudinario. Le abitudini gli mettevano tranquillità. Lo era diventato da quando la sua vita era stata segnata dalla solitudine. Era un uomo solo.
I suoi figli da anni ormai lo chiamavano solamente a Natale, più per coscienza che per volontà.
Non aveva mai visto nessun altro posto in tutta la sua vita, se non New York. La sua città era tutto ciò che aveva, forse per qualcuno potrebbe sembrar poco o nulla, ma per lui no. In mezzo a quella folla urlante, tra quei venditori di cianfrusaglie e quelle lanterne un po' fasulle dei ristoranti cinesi, lui stava bene. Durante tutti quegli anni le persone lo avevano tradito, abbandonato e poi dimenticato, ma la sua città, lei, non lo aveva deluso mai.
Era sempre stata lì. Sincera a tal punto da non dover mai mentire pur di sembrare diversa.
Quella mattina il cielo era coperto ed una leggera pioggia canticchiava canzoni incomprensibili sugli ombrelli tesi.
Le persone sembravano sempre impazzire durante i giorni di pioggia. A lui questa facilità di destabilizzarsi degli esseri umani faceva sorridere, bastavano due gocce di pioggia a peggiorare un'intera giornata.
Prese il pesce e tornò a casa. Alle 12:30 iniziava il suo programma televisivo preferito, lo avrebbe guardato mangiando comodamente su quel divano ormai logoro.
Era un uomo stanco. Le sue rughe che apparivano come solchi, ricordavano le Avanues della sua città : luoghi in cui tutto era accaduto e in cui tutto poteva ancora accadere.
Chiara.
(Ph. Chiara Gafforini aprile 2017 Chinatown)
mercoledì 30 gennaio 2019
Cuori, lame e gessi.
Ci si scriveva sopra al gesso.
Tutti gli amici venivano lì armati di pennarelli colorati e ti lasciavano qualcosa.
Il loro nome, un disegno bruttino o qualche scarabocchio incomprensibile.
Il gesso diventava una tela.
A me una volta l'ha firmato Jimmy George, un pallavolista morto troppo giovane.
Passa di lì nella mia via e mi dice : te lo posso firmare il gesso?
Ed io gli dico : certo!
Come se non fossi emozionata all'idea.
Poi quei maledetti dottori in sala gessi, si sono tagliati il quadratino autografato e se lo sono tenuto.
Ma si può? Rubare un autografo ad una bambina, che poi non è che me l'abbiano proprio rubato, mi dissero : ti va bene se questo lo teniamo noi?
Ed io che temevo quella schifosissima lama taglia-gessi, dissi di sì.
Non ti puoi mai fidare di chi ha una lama seghettata tra le mani.
Un giorno un mio compagno di classe ci disegnò un cuore rosso fuoco, non era un bel cuore, era tutto storto. Ma a 8 anni mi sembrò un cuore perfetto, quel genere di cuori che vaffanculo al gesso, mi avrebbe resa felice.
Chiara
Tutti gli amici venivano lì armati di pennarelli colorati e ti lasciavano qualcosa.
Il loro nome, un disegno bruttino o qualche scarabocchio incomprensibile.
Il gesso diventava una tela.
A me una volta l'ha firmato Jimmy George, un pallavolista morto troppo giovane.
Passa di lì nella mia via e mi dice : te lo posso firmare il gesso?
Ed io gli dico : certo!
Come se non fossi emozionata all'idea.
Poi quei maledetti dottori in sala gessi, si sono tagliati il quadratino autografato e se lo sono tenuto.
Ma si può? Rubare un autografo ad una bambina, che poi non è che me l'abbiano proprio rubato, mi dissero : ti va bene se questo lo teniamo noi?
Ed io che temevo quella schifosissima lama taglia-gessi, dissi di sì.
Non ti puoi mai fidare di chi ha una lama seghettata tra le mani.
Un giorno un mio compagno di classe ci disegnò un cuore rosso fuoco, non era un bel cuore, era tutto storto. Ma a 8 anni mi sembrò un cuore perfetto, quel genere di cuori che vaffanculo al gesso, mi avrebbe resa felice.
Chiara
Ale!!
Lo so che ci si stanca.
Lo so che la parola "ricominciare" a volte suona come un disco rotto.
Lo so che la noia è una lancetta che non passa e che a volte ci si sente proprio soli.
Lo so che la merda degli uccelli cade sempre sulle stesse giacche.
So che la rabbia, quella rabbia lì ha lo stesso sapore della muffa.
So che le belle parole non bastano.
Lo so che quando una stanza ti imprigiona, il rumore della vita là fuori è come uno schiaffo.
Perché la vorresti consumare fino all'ultimo centimetro.
Lo so che la vita è un filo aggrovigliato con troppi nodi da sbrogliare.
Ma a dispetto di tutto questo schifo, ci sei tu e tu sei Ale. Ti ho visto andare in vela senza paura, affrontare ripide salite in sella alla tua bicicletta. Ti ho visto camminare sulla neve e fare km in macchina senza mai tirarti indietro. Ti ho visto rialzarti milioni di volte.
Ma soprattutto ti ho visto ridere e sorridere in barba a tutte quelle cose andate storte.
E quel sorriso era lì anche oggi, che si faceva spazio nonostante tutto. Ed io lo so che sarà lì anche domani ad incoraggiare i tuoi progetti e tutti i tuoi sogni.
Ci sono ancora tante birre che ci aspettano
Ti voglio bene
Chiara
Lo so che la parola "ricominciare" a volte suona come un disco rotto.
Lo so che la noia è una lancetta che non passa e che a volte ci si sente proprio soli.
Lo so che la merda degli uccelli cade sempre sulle stesse giacche.
So che la rabbia, quella rabbia lì ha lo stesso sapore della muffa.
So che le belle parole non bastano.
Lo so che quando una stanza ti imprigiona, il rumore della vita là fuori è come uno schiaffo.
Perché la vorresti consumare fino all'ultimo centimetro.
Lo so che la vita è un filo aggrovigliato con troppi nodi da sbrogliare.
Ma a dispetto di tutto questo schifo, ci sei tu e tu sei Ale. Ti ho visto andare in vela senza paura, affrontare ripide salite in sella alla tua bicicletta. Ti ho visto camminare sulla neve e fare km in macchina senza mai tirarti indietro. Ti ho visto rialzarti milioni di volte.
Ma soprattutto ti ho visto ridere e sorridere in barba a tutte quelle cose andate storte.
E quel sorriso era lì anche oggi, che si faceva spazio nonostante tutto. Ed io lo so che sarà lì anche domani ad incoraggiare i tuoi progetti e tutti i tuoi sogni.
Ci sono ancora tante birre che ci aspettano
Ti voglio bene
Chiara
21 settembre 2018
Un anno senza di te, anche se poi, quando si tratta di te il "senza" non esiste.
Sono cambiate tante cose da quel 21 settembre 2017 ed io non ho più guardato il mondo nello stesso modo di prima.
Perchè succede che quando qualcuno che ami non c'è più, ogni cosa che guardi o vivi, ha sempre un tassello vuoto.
Un piccolo angolo smangiato.
Un senso di incompletezza.
Noi che restiamo, ci raccontiamo che prima o poi quel vuoto si colma, ma non è così.
È la storiella che ci serve per andare avanti.
Io invece quel vuoto lo tengo stretto , perché in quel vuoto che sembra aver preso il tuo posto, in realtà c'è tutto ciò che ricordo di te.
Ci sei tu che sorridi e che manchi.
Ti voglio bene.
Chiara
Sono cambiate tante cose da quel 21 settembre 2017 ed io non ho più guardato il mondo nello stesso modo di prima.
Perchè succede che quando qualcuno che ami non c'è più, ogni cosa che guardi o vivi, ha sempre un tassello vuoto.
Un piccolo angolo smangiato.
Un senso di incompletezza.
Noi che restiamo, ci raccontiamo che prima o poi quel vuoto si colma, ma non è così.
È la storiella che ci serve per andare avanti.
Io invece quel vuoto lo tengo stretto , perché in quel vuoto che sembra aver preso il tuo posto, in realtà c'è tutto ciò che ricordo di te.
Ci sei tu che sorridi e che manchi.
Ti voglio bene.
Chiara
Manchi tu.
Le transaminasi ed i globuli bianchi vanno bene, persino l'anemia è migliorata.
Ma in questo tripudio di valori vittoriosi, manchi tu che sorridi.
E tra un piccolo dolore articolare e l'altro sento che ti fai spazio, solo che la tua mancanza fa decisamente più male.
Saresti stato felice, o forse dovrei dire che sei sicuramente felice persino adesso, di queste notizie che inconsciamente io continuo a darti.
Ho un utero fibromatoso, un fegato molto grasso, cisti un po' ovunque e tendiniti che vanno e vengono.
Ho avuto la conferma della diagnosi di polmonite e solo chi ha visto un pezzo d'inferno può gioire che sia "solo" polmonite.
Per questo scoppio a ridere quando puntualmente il Dottor F. mi dice "vai chiara ci vediamo tra un anno, sei sana come un pesce".
Ed io lo so, che da qualche parte nonostante non mi sia chiaro dove, stai ridendo anche tu, mentre guardi questa carretta dagli occhi grandi convincersi persino di non star poi così male.
E mentre per l'ennesima volta il Dottor F. mi resuscita dall'abisso di paure ed incertezze, una lacrima fa capolino.
Vorrei averti qui, in questa mia vita che ha deciso di splendere ancora.
Con amore
Chiara
Ma in questo tripudio di valori vittoriosi, manchi tu che sorridi.
E tra un piccolo dolore articolare e l'altro sento che ti fai spazio, solo che la tua mancanza fa decisamente più male.
Saresti stato felice, o forse dovrei dire che sei sicuramente felice persino adesso, di queste notizie che inconsciamente io continuo a darti.
Ho un utero fibromatoso, un fegato molto grasso, cisti un po' ovunque e tendiniti che vanno e vengono.
Ho avuto la conferma della diagnosi di polmonite e solo chi ha visto un pezzo d'inferno può gioire che sia "solo" polmonite.
Per questo scoppio a ridere quando puntualmente il Dottor F. mi dice "vai chiara ci vediamo tra un anno, sei sana come un pesce".
Ed io lo so, che da qualche parte nonostante non mi sia chiaro dove, stai ridendo anche tu, mentre guardi questa carretta dagli occhi grandi convincersi persino di non star poi così male.
E mentre per l'ennesima volta il Dottor F. mi resuscita dall'abisso di paure ed incertezze, una lacrima fa capolino.
Vorrei averti qui, in questa mia vita che ha deciso di splendere ancora.
Con amore
Chiara
Incanto
L'aria è fresca, amo la sensazione che provo sul viso in questa stagione, come a ripulirsi da qualsiasi cosa.
Mentre Venezia si fa spazio nei miei occhi e nel mio petto, penso. Penso a quanto sono fortunata ad essere qui ora. In un venerdì di novembre, ad immergere una risata dentro un bicchiere di vino.
Guardo le gondole dondolare, illuminate solo dai lampioni, mi ricordano certe persone a cui basta una piccola luce per trovare la forza.
La sera scende avvolgendo ogni canale col suo scialle ed io vorrei con tutte le mie forze che i miei occhi diventassero una finestra da cui spiare, per chi ora ha bisogno di curare ferite.
A volte la felicità ti piomba addosso, altre sembra sparita nel nulla , altre ancora devi andartela a prendere, costi quel che costi.
Ma a volte la felicità è un dono che qualcuno deve farti.
È questo ciò che penso mentre Venezia mi lascia senza fiato, vorrei poter dire a chi ha perso la forza "guarda, guarda la bellezza del mondo, tienila stretta, scioglierà ogni tuo dolore"
Un ultimo sguardo a questo incredibile silenzio fatto di luci danzanti sull'acqua, per un attimo mi sembra di danzare con loro.
Torno guarita.
Chiara
Mentre Venezia si fa spazio nei miei occhi e nel mio petto, penso. Penso a quanto sono fortunata ad essere qui ora. In un venerdì di novembre, ad immergere una risata dentro un bicchiere di vino.
Guardo le gondole dondolare, illuminate solo dai lampioni, mi ricordano certe persone a cui basta una piccola luce per trovare la forza.
La sera scende avvolgendo ogni canale col suo scialle ed io vorrei con tutte le mie forze che i miei occhi diventassero una finestra da cui spiare, per chi ora ha bisogno di curare ferite.
A volte la felicità ti piomba addosso, altre sembra sparita nel nulla , altre ancora devi andartela a prendere, costi quel che costi.
Ma a volte la felicità è un dono che qualcuno deve farti.
È questo ciò che penso mentre Venezia mi lascia senza fiato, vorrei poter dire a chi ha perso la forza "guarda, guarda la bellezza del mondo, tienila stretta, scioglierà ogni tuo dolore"
Un ultimo sguardo a questo incredibile silenzio fatto di luci danzanti sull'acqua, per un attimo mi sembra di danzare con loro.
Torno guarita.
Chiara
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